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PORTO DI GIOIA TAURO: LICENZIARE 500 LAVORATORI E’ DA CRIMINALI

data creazione 19/02/2019
Mentre il Governo discute di come accordare maggiori condizioni di autonomia a Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, al Porto di Gioia Tauro, nel profondo Sud della Calabria, si annunciano 500 nuovi licenziamenti. A farlo è MTC la società del Gruppo Contiship che gestisce in quasi regime di monopolio lo scalo al centro del Mediterraneo specializzato in movimentazione di container. La recente vertenza giudiziale che ha visto soccombere MTC dinanzi alla richiesta di reintegro nel posto di 377 lavoratori licenziati precedentemente, sembra aver prodotto una reazione “maggiore e contraria”. MTC, oggi grande assente al tavolo romano convocato dal titolare del Dicastero ai Trasporti, il Ministro Toninelli, sfugge e si defila rispetto ad una questione sociale che rischia di assumere contorni giganteschi. Con i sindacati seduti al tavolo solo MSC, la compagnia marittima “concorrente” di MTC, ha promesso di garantire una movimentazione di Teus di 4 milioni e mezzo all’anno, dinanzi alla richiesta di pace sociale del Ministro il quale ha pure minacciato la revoca delle attuali concessioni. Parole, fughe in avanti, gaffes o scherzi a parte, non è dato saperlo. La realtà del porto di Gioia Tauro racconta di uno scalo partito a razzo negli anni novanta ed oggi destinato alla decadenza a causa della mancanza di una politica industriale di lungo e largo respiro e della determinazione dei Governi nazionali che si succedono nel tempo ad attuarla. Gli investimenti promessi, non quantificabili ormai, le zone franche, la ZES, i distretti della logistica, l’alta velocità, il secondo canale, tutte questioni al centro di una discussione politica pluridecennale trascinatasi fino ad oggi con risultati pari a zero. Persino l’Autorità Portuale non ha più una guida trovandosi ancora sotto commissariamento. E’ d’obbligo dunque rilanciare il tema del lavoro e dello sviluppo attorno al Porto, polmone dell’economia territoriale, regionale, del Sud Italia. Lanciamo un appello alla resistenza al fianco dei lavoratori che difendono, oltre che il loro posto, la loro dignità, calpestata ripetutamente, quando davanti ai cancelli del porto quei tornelli non girano più per loro. Far perdere l’occupazione a 500 persone con relative famiglie a carico, sarebbe devastante per un tessuto produttivo localmente già depresso ed incapace di vedere un intervento pubblico risolutivo ed in controtendenza con le politiche economiche degli ultimi anni.

IN FONDO AL MAR… LA FAGLIA DELLO STRETTO PIENA DI RIFIUTI. ECOMAFIE, TERRE E MARI AVVELENATI.

data creazione 31/03/2019
Di Michele Tripodi Aveva 22 chili di plastica ed un feto morto in pancia la piccola balena ritrovata sulla spiaggia di Arzachena, comune in provincia di Sassari e località turistica e balneare di una delle più belle coste d’Italia. Chissà se l’ennesima vittima dell’inquinamento marino sia passata prima sotto lo stretto di Messina, dove in superficie tra la mitologia di Scilla e Cariddi si snoda uno dei più belli scorci di paesaggio. Con la coda dell’occhio sulle isole Eolie puntando dalla Costa Viola del versante calabrese, via Giardini Naxos e Taormina, sino ad arrivare alle pendici dell’Etna, è meraviglioso adagiare lo sguardo sulla natura ed ammirare i suoi silenziosi e favolosi luoghi. È permesso solo agli umani e agli animali terrestri, non ai pesci, provare certe sensazioni. Il povero capodoglio tutto questo non avrebbe potuto vederlo, neanche da vivo. In fondo al mare tra Calabria e Sicilia, sui fondali dello stretto di Messina gli scienziati del Cnr, impegnati nella redazione della Carta geologica, hanno rinvenuto a 500 mt di profondità una discarica di rifiuti enorme. È probabile che la faglia sottomarina che attraversa lo stretto ne sia piena, con rifiuti di ogni tipo e di ogni provenienza, trascinati in mare dai fiumi. Ben oltre i 22 chili di plastica inghiottiti dal capodoglio che sfortunatamente sarà transitato, se non da lì, per qualche altra discarica sottomarina o per qualche nave radioattiva affondata a largo del Mediterraneo e non solo. Del resto i tonnetti al mercurio non sono poi così lontani dalla fantascienza. La realtà ci dice che le ecomafie hanno avvelenato indisturbate per anni i mari e i paesaggi stupendi che ci circondano. Non è un caso che nei giorni scorsi la DDA di Reggio Calabria abbia riaperto il caso dell’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, ucciso proprio sulla collina di Campo Calabro, quella da dove Fata Morgana rende a momenti più vicina la città di Messina. Quell’omicidio, consumato tra i silenzi non della natura ma dell’uomo omertoso e complice, lo stesso che inquina la società e l’ambiente, fu la sintesi di un patto criminale tra ndrangheta e cosa nostra. Affari e morte. Già perché il traffico e lo smaltimento illegale di rifiuti, fenomeno diffusissimo ed inarrestabile in ogni angolo del Mezzogiorno dove ancora le mafie controllano il territorio, marino e terrestre, sono l’equivalente di soldi facili in cambio di morte anticipata per migliaia, milioni, miliardi di persone che popolano il pianeta e si ammalano prima del tempo. Le statistiche ci presentano uno scenario strettamente connesso tra insorgenza di patologie ed inquinamento ambientale per mare e per terra. Si parla inoltre di otto milioni di tonnellate di plastica riversate ogni anno negli oceani attraverso i fiumi. Sinora ci avevano fatto vedere le montagne galleggianti di rifiuti nel mare dei Caraibi, facendoci disgustare alla sola vista, oggi la notizia della discarica sottomarina in fondo allo stretto di Messina deve allarmare e fare interrogare l’Italia. È necessario subito capire cosa e come un tale disastro sia potuto accadere lontano da sguardi indiscreti e come bisogna intervenire. Al governo italiano spetta il compito di attivarsi subito affinché questa ennesima tragedia della natura non finisca nel dimenticatoio.

MI DISPIACE PAPÀ, PARTIGIANO FLAVIO

data creazione 25/04/2019
Di Marica Guazzora. Mi dispiace, papà, che le cose non siano andate come ce le aspettavamo tu ed io. Voi siete andati in montagna a combattere per liberare l’Italia dal giogo nazifascista ed eravate pieni di coraggio e di speranza e oggi sembra, per alcuni, che ci siate andati per fare qualche mese di vacanza in campeggio. Ricordo tutti i tuoi racconti, ne scrivo qui alcuni, per non perderne la memoria nella vecchiaia….. quando avevi 90 anni ti abbiamo registrato in un video ma tu già non ricordavi più tante cose che avevi detto a me, bisognava farlo prima. Eri nato nel 1924, tutto è cominciato, penso, quando da ragazzino hai salvato un tuo coetaneo che stava annegando in Po, tu hai sempre nuotato benissimo nelle sue correnti pericolose. Ebbene, i fascisti volevano darti un premio per il tuo coraggio e tu non ti sei presentato a ritirarlo. Perché avevi già capito da che parte stare. Ricordo quando a 20 anni, sei andato a fare il militare e da lì hai deciso di andartene a cercare i partigiani in montagna, e ti sei messo in tasca due bombe a mano, e sei scappato dalla caserma, a piedi naturalmente. E quando ti hanno trovato quelli della Brigata Garibaldi, ti sei unito a loro, a Fenis. Poi hai saputo che eri scappato appena in tempo perché i nazisti erano andati a prendere i militari e li avevano portati via con loro. Ricordo quando i fascisti venivano a cercarti a Rivalba e portavano la mia nonna Angiulina in caserma e poi suo padre, il mio bisnonno, andava ad offrirsi al suo posto. Ricordo quando in montagna ti hanno chiesto in quale partito ti riconoscevi e tu ha risposto: il Partito Comunista Italiano. Ricordo tutte le vostre azioni, i ponti fatti saltare, e le armi prese nelle caserme e quando è morto il tuo comandante Louis Ducurtil, ucciso dai fascisti in un agguato, il 23 aprile del 1944 a Breil de Chatillon, e il dolore che avete provato tutti anche per la moglie e la figlia che erano con voi. Ricordo che tu non hai mai voluto fare parte del plotone di esecuzione perché non ce la facevi ad uccidere così, a sangue freddo, nemmeno un lurido fascista. Ricordo che degli inglesi che avevate nascosto ti chiamavano Friz perché Flavio non riuscivano a dirlo. Ricordo persino le pulci e le piattole che divoravano il pagliericcio sul quale dormivate e divoravano te insieme a lui, e tutta la polenta mangiata in quei mesi che non c’era altro, per cui tu non hai mai più voluto vederla nel piatto, quando sei tornato. Ricordo anche quando sei stato ferito ad una gamba, di striscio, “ma non era niente” mi hai detto, però il buco si vedeva ancora. Poi sei tornato giù e comandavi una squadra a Valenza, e voi avete mandato la tua fidanzata, quella che poi è diventata tua moglie, cioè la mia mamma, insieme ad un’altra staffetta, in due, in bicicletta, a chiedere la resa ai nazisti sul ponte di Valenza. Ho chiesto alla mamma se non avevano avuto paura e mi ha risposto: “Erano ragazzi ormai morti di fame”. Ma era anche stato inutile poiché i nazisti avevano risposto che si sarebbero arresi solo agli americani! Ricordo che da bambina, quando abitavamo ancora ad Asti, la zia Angiolina, (in famiglia si chiamavano tutti Angela, Angela mia nonna, Angelo mio nonno, Angela la zia sorella di mio nonno) aveva le tue armi nascoste in cantina. La zia Angiolina era una comunista doc, mi portava lei alle sfilate del 25 aprile e del 1 Maggio e alle Feste dell’Unità, sempre con il fazzoletto rosso al collo. Ricordo persino di aver cantato Bandiera Rossa sul palco della Festa ed ero proprio piccola perché avevo appena sette anni quando ci siamo trasferiti a Torino, perché papà lavorava qui. Mi dispiace, papà, che le cose non siano andate come ce le aspettavamo tu ed io e tanti e tante come noi. Mi dispiace che ci siano oggi persone, indegne di questo nome, che rinnegano quello che avete fatto. Che non riconoscono la vostra lotta come un esempio per tutte e tutti, che non vogliono festeggiare il giorno della Liberazione nazionale. Resistenza! Ora e sempre! Ma sai quanto io sia sempre stata fiera di te e della mamma e non smetterò mai di esserlo. Come sempre domani tirerò fuori il tuo libretto da partigiano e lo metterò in bella mostra come facevi tu, tutti gli anni, il 25 aprile e il tuo Certificato di benemerenza partigiana della 108esima Brigata Garibaldi che racconta così: Il 2 febbraio del 1944 Flavio si è recato volontariamente in montagna facendosi incorporare nella Banda di Fenis (Valle d’Aosta) denominata Lexert al comando di Louis. Durante la sua permanenza di tale formazione ha preso parte all’attacco della Caserma della G.R. di S. Marcel il 15 giugno del 1944. Il 18 luglio ha partecipato al sabotaggio della strada provinciale della Mongiovetta con pieno successo. Inoltre ha preso parte come capo squadra di altri sabotaggi positivi, assalti a treni militari, a colonne motorizzate, incursioni armate ad Aosta, Fenis, Nus, Ciambese, S. Marcel ecc. A Fenis ha subito vari rastrellamenti da parte di colonne nazifasciste e durante tali azioni ha riportato una ferita allo stinco della gamba sinistra con raffica di mitra. Il 10 novembre del 1944 tornava a casa con falsi documenti e si inquadrava nel S.A.P di Valmacca. Il 20 aprile del 1945 passava alla 43esima Brigata Patria e il 12 maggio alla 1 Brigata S.A.P dei Tre di Valenza. Il 7 giugno entrava a far parte della Polizia Partigiana rimanendovi fino al 10 luglio. In tali formazioni ha partecipato alle azioni di disarmo nazifasciste a Occimiano, Mirabello, San Salvatore, Ticineto, Valenza e Alessandria. Il 17 novembre del 2015 l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta mi ha comunicato di aver costituito un Piccolo Fondo a nome Flavio Guazzora conservando nei suoi archivi copia di tutta la documentazione che lo riguarda.

LA PIATTAFORMA BERLINGUER CRESCE: OLTRE 300 ISCRIZIONI IN MENO DI UN MESE

data creazione 02/03/2019
LA PIATTAFORMA BERLINGUER CRESCE, IN UN MESE OLTRE 300 ISCRIZIONI DA TUTTA ITALIA Stanno rispondendo da ogni parte d’Italia alla carica che da Polistena è stata suonata il 27 gennaio scorso nel corso di un’affollata assemblea pubblica. La piattaforma Berlinguer, col suo primo sistema di voting altamente democratico, sta riscuotendo consensi ed adesioni a raffica. Il numeratore degli iscritti è sempre in movimento e conta già 311 registrazioni provenienti da ogni regione italiana, al ritmo dunque di dieci al giorno. Stanno rispondendo da ogni parte d’Italia alla carica che da Polistena è stata suonata il 27 gennaio scorso nel corso di un’affollata assemblea pubblica. La piattaforma Berlinguer, col suo primo sistema di voting altamente democratico, sta riscuotendo consensi ed adesioni a raffica. Il numeratore degli iscritti è sempre in movimento e conta già 311 registrazioni provenienti da ogni regione italiana, al ritmo dunque di dieci al giorno. Sono questi i numeri verificabili in tempo reale sulla home-page www.piattaformaberlinguer.com che ad un mese circa dal suo lancio fortificano l’intuizione di costruire nel nome di un grande statista del PCI, una casa comune della partecipazione e del confronto nel segno dell’unità e delle forti idealità. La piattaforma Berlinguer è una chiamata inedita a sinistra. Tempestiva. Supportata dalla tecnologia è un’opportunità per mettere insieme tutti coloro che si sentono senza rappresentanza e si vedono traditi dalla riproduzione stanca di un ceto politico poco credibile e in declino di cui il Pd è il principale interprete. La piattaforma Berlinguer sta prendendo forma, con cifre inaspettate, sorprendenti iscrizioni e temi che delineano quali debbano essere le tracce, gli obiettivi, le strategie da mettere sul piatto della discussione politica regionale, nazionale, europea. La piattaforma cammina in parallelo con l’associazione Generazione.com, che veicola i contenuti attraverso il blog www.italiagenerazione.com . L’aspetto che la differenzia dall’altra piattaforma politica per ora più in auge, la Rousseau grillina, è il suo funzionamento certificato su blockchain che ne assicura la trasparenza e l’affidabilità delle operazioni compiute al suo interno. La partecipazione di tutti gli aderenti è orizzontale. Uno vale uno e non per finta ma in una cornice di punti di riferimento immutabili che costituiscono certezza di programmi e di posizioni politiche. Praticamente ciò che è mancato al M5S, troppo volubile e qualunquista sulle grandi questioni che interessano al Paese, si ritrova nella piattaforma Berlinguer molto selettiva nelle sue condizioni per la registrazione. Tra i requisiti per l’iscrizione, quello di non avere procedimenti per reati di mafia e di corruzione. L’onestà, cardine della questione morale berlingueriana, tornerà davvero di moda con la piattaforma Berlinguer, insieme ad una nuova organizzazione che parte dal digitale per aggregare nella società e fra i bisogni popolari. Ora, si tratta di costruire consenso attorno ad un progetto innovativo che costituisce l’unica vera novità nel frastagliato mondo della sinistra dalla Bolognina in avanti, incapace con gli schemi tradizionali di risollevarsi dallo strapiombo e sempre più debole dinanzi alla pericolosa impennata di consensi appannaggio delle destre neofasciste. L’obiettivo nel breve è superare quota 1.000 iscrizioni e partorire la versione 2.0 della piattaforma che consentirebbe di attivare, assieme al voting-test su blockchain, il progetto socio-digitale incorporato. Ed allora dare forza alla piattaforma Berlinguer è un dovere per tutti coloro i quali ancora credono nello stato sociale disegnato dalla nostra Costituzione e portano con sé quella voglia di cambiare il mondo, indispensabile per ritrovare entusiasmo e consensi nel popolo.

DI COSA PARLIAMO, QUANDO PARLIAMO DI PIATTAFORMA ROUSSEAU

data creazione 19/02/2019
Nel giorno in cui gli iscritti alla cosiddetta piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle sono chiamati ad esprimere il loro voto su una questione che costituzionalmente sarebbe destinata ai senatori della Repubblica e, fattore non secondario, sulla base di un quesito talmente sibillino e volutamente ambiguo da far rimpiangere le “convergenze parallele” di democristiana memoria, è bene fermarsi un attimo e analizzare non tanto la questione politica o la pertinenza della decisione quanto, più semplicemente, l’affidabilità e la sicurezza del sistema web sul quale si vota. Già dal nome la piattaforma Rousseau si basa sull’ambiguità visto che, con una certa pomposità viene definito come “il sistema operativo del m5s” mentre chiunque abbia una pur minima infarinatura di informatica sa benissimo che per sistema operativo (SO) si intende un software di sistema che gestisce le risorse hardware e software della macchina, fornendo servizi di base agli applicativi installati, ossia tutt’altra cosa. Nella realtà dei fatti, Rousseau è invece ben altro, ossia un semplice applicativo web, poco più di un CMS (Content Management System), un sistema di gestione dei contenuti, come Joomla o Wordpress per intenderci, anzi molto meno evoluto e con qualche minima funzionalità aggiuntiva tipica dei social media. Più specificatamente, Rousseau è basato non su un codice scritto appositamente (come Grillo, Di Maio e qualcun altro dei loro vorrebbe fare intendere) ma molto più modestamente sul CMS Movable Type (MT) e per di più su una versione (la 4.3) talmente datata che non viene più mantenuta e aggiornata dal dicembre 2013 e che, tra l’altro, consentiva agli utenti di registrarsi usando password con meno di 8 caratteri addirittura memorizzate in chiaro (e non in forma criptata) nel database, un regalo di nozze per qualunque ragazzino che voglia giocare a fare l’hacker. Volendo essere più precisi, Movable Type è un sistema di pubblicazione di blog che fino al 2013 è stato distribuito come software Open Source con licenza GNU/GPL e che adesso viene venduto dalla società Six Apart (che aveva iniziato a svilupparlo dalla fine del 2001) con licenza commerciale al costo di circa 500 dollari l’anno, non certo una cifra altissima e comunque assolutamente sproporzionata rispetto ai contributi obbligatori per la “gestione della piattaforma” richiesti ai parlamentari 5 stelle che ammontano a circa un milione e duecentomila euro l’anno. Movable Type è, tra l’altro, un applicativo web realizzato col linguaggio di programmazione PHP che però utilizza anche script (porzioni di codice) scritti in Perl ed eseguiti come CGI (Common Gateway Interface), ossia utilizzando una tecnologia considerato ormai piuttosto antiquata e poco efficiente quantomeno dal punto di vista della manutenzione del codice. Tutto ciò rende la piattaforma Rousseau un sistema web alquanto vulnerabile ed insicuro, decisamente poco adatto a conservare dati sensibili quali le informazioni personali degli utenti registrati e i loro voti ed infatti, già nell’estate 2017 il sito venne violato dagli hacker ed a dicembre dello stesso anno l’Autority della Privacy segnalò alla società proprietaria del sito, ossia alla Casaleggio associati, che le misure adottate negli ultimi sei mesi per migliorare la sicurezza di Rousseau non erano soddisfacenti e richiese urgenti adeguamenti. Per avere una idea, fino al giugno scorso il sito non utilizzava nemmeno il protocollo criptato https che ormai è una caratteristica comune persino per semplici siti personali. Ma la falla più grave è ancora lì, e riguarda il punto più delicato della piattaforma Rousseau: i database con le informazioni sensibili degli iscritti. Infatti, durante le procedure di ispezione, i tecnici del Garante della Privacy si accorsero che non c'erano sufficienti misure di "auditing" per verificare la correttezza delle operazioni di chi era dotato "di profili di autorizzazione ampi e speciali". Fuori dal gergo tecnico, significa che non esisteva, e non esiste tuttora, un sistema per tracciare chi accede al database, né per risalire alle operazioni compiute con i dati. Come dire che, almeno potenzialmente, chiunque può effettuare delle modifiche ai dati contenuti nel database senza lasciare alcuna traccia in maniera analoga a quanto successo lo scorso dicembre sull’altro portale del Movimento, il Blog delle Stelle, venne pubblicato un articolo anonimo in cui, con termini duri ed estremistici, si accusava l’opposizione di fare “terrorismo mediatico e psicologico” che venne poi rimosso senza che fosse possibile risalire ad un preciso autore responsabile. Al momento, l’unica accortezza prevista da Rousseau per garantire che l’accesso alla piattaforma avvenga dal reale utente iscritto è un sistema alquanto farraginoso che si appoggia a un gateway sms tramite il quale ad ogni richiesta di accesso viene inviato un messaggio sms con un codice numerico di 5 cifre al numero telefonico corrispondente all’utente registrato e che deve essere inserito correttamente per accedere al sistema. Questo metodo, oltre ad essere inutilmente laborioso, ha il difetto di associare il numero di telefono e quindi l’utente ad ogni voto espresso. Non è infatti un caso che, ancora una volta, l’Autority della privacy abbia sollevato il problema evidenziando come, dall’estratto delle tabelle principali del database di Rousseau, l'espressione del voto da parte degli iscritti, in occasione della scelta di candidati da includere nelle liste elettorali del Movimento o per orientare altre scelte di rilevanza politica, venga registrata in forma elettronica mantenendo uno stretto legame, per ciascun voto espresso, con i dati identificativi riferiti ai votanti in quanto “nello schema del database risulta infatti che ciascun voto espresso sia effettivamente associato a un numero telefonico corrispondente al rispettivo iscritto votante". Ce n’è abbastanza per avere, quantomeno la sensazione, che – alla faccia dello slogan “uno vale uno” – il voto espresso sulla piattaforma Rousseau offra scarsissime garanzie di trasparenza e immodificabilità ed in definitiva sia ben poco democratico. Del resto – giova ricordarlo – per il filosofo ginevrino da cui la piattaforma trae il nome, “il popolo è composto da sudditi e per questo motivo non è possibile conseguire una totale eguaglianza in politica, cioè una vera democrazia non è mai esistita né esisterà mai”. Giorgio Nordo Ricercatore di Geometria Digitale Università di Messina

LA PIATTAFORMA ROUSSEAU E’ SOLO PROPAGANDA. MANIPOLABILE IL VOTO SULL’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE.

data creazione 17/02/2019
In queste ore monta la polemica sul quesito/tranello formulato sulla piattaforma Rousseau e sottoposto al voto online della base grillina. Chi vota SI è per il NO, chi vota NO è per il SI. Davvero curioso e singolare utilizzare una formula che fa impallidire quelle usate nei plebisciti ottocenteschi per l’annessione dei nuovi territori al Regno d’Italia. Il dilemma discusso dai non addetti ai lavori è solo questo. In pochi sanno infatti come funziona il backend della piattaforma Rousseau, molto più sbagliato del quesito in sé. Per quanto si possa esaltare al pubblico la sua democraticità, la piattaforma Rousseau non è uno strumento democratico, ma solo abilmente governato ai fini della propaganda. Manipolabile in qualunque momento da chi la gestisce, attraverso password in chiaro e informazioni visibili, la piattaforma è il prodotto commerciale e mediatico della Casaleggio Associati srl, società che non ha alcuna intenzione di far cadere il Governo. Lunedi 18 febbraio i cinquestelle dovranno esprimersi se votare o meno l’autorizzazione a procedere richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania nei confronti del senatore e ministro Matteo Salvini, che precede le altre possibili richieste per i nuovi indagati sulla vicenda della nave Diciotti, ovvero Conte, Di Maio e Toninelli. Al di là della formulazione del quesito dunque, l’esito della consultazione è più che scontato e manovrato, a questo punto. Quindi tutti tranquilli, domani non succederà niente di nuovo fuorché una mutazione genetica del M5S che non potrà e non deve passare inosservata. La base viene solo invocata nei momenti di difficoltà, proprio quando ci sono da risolvere alcuni nodi politici cruciali, e certamente non per creare ulteriori rogne. La piattaforma Rousseau con la consultazione on-line della base ha solo una funzione: quella di parare il colpo, ammorbidire e reggere l’onda d’urto, inevitabile per i duri e puri del movimento. Impensabile per la base grillina di un anno fa, che non avrebbe fatto sconti ad alcuno nemmeno se l’oggetto del reato fosse stata una banale contravvenzione stradale. Oggi è tutto cambiato e il grido di “Onestà, Onestà Onestà!” è solo una lunga eco che si perde nel vuoto di un elettorato confuso e stanco.

UN DECRETO INCOSTITUZIONALE DA RESPINGERE

data creazione 23/05/2019
Fonti di stampa riportano la bozza di un “decreto legge” che il Consiglio dei Ministri si appresta a deliberare su proposta del Ministro dell’interno, recante “disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica”. Fermo restando che costituisce una grave scorrettezza annunziare un “decreto legge” e pubblicarne il testo prima che la procedura sia stata portata a termine, trattandosi di un espediente rivolto a condizionare la libertà di autodeterminazione del Governo e del Presidente della Repubblica, quello che allarma non è la violazione del galateo istituzionale, ma i contenuti gravemente incostituzionali che fanno apparire il decreto come un atto sovversivo dei valori che la Costituzione ha posto a fondamento della Repubblica italiana. Innanzitutto gli invocati presupposti di straordinaria necessità ed urgenza sono frutto di una evidente falsificazione ideologica della realtà dal momento che la pressione migratoria dei flussi provenienti dal Mediterraneo si è ridotta negli ultimi due anni del 98%, mentre, sotto il profilo dell’ordine pubblico, l’unica urgenza deriva dalla recrudescenza dei crimini d’odio per i quali non viene proposta alcuna forma di contrasto. Nel merito, l’art. 1 del decreto introducendo una sanzione inconcepibile per tutte le imbarcazioni che si trovino in condizione di effettuare operazioni di soccorso in acque internazionali, impone nella sostanza di pagare un “riscatto” variante da 3.500 a 5.500 euro per ogni naufrago tratto in salvo. In pratica la norma pone un divieto di salvataggio dei naufraghi in alto mare, malgrado un richiamo apparente al rispetto della Convenzioni internazionali sul diritto del mare. Si tratta di una disposizione che non può avere altro effetto che quello di favorire la morte per annegamento dei profughi che tentano di attraversare il Mediterraneo con mezzi di fortuna. Una normativa simile non è mai stata emanata negli ordinamenti democratici; soltanto nella Germania dell’est sono state emanate delle disposizioni che favorivano l’uccisione di coloro che tentavano di passare irregolarmente la frontiera. Tali normative non hanno impedito la condanna dei responsabili politici di quello Stato, confermata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (con la sentenza Krenz del 22 marzo 2001). Le modifiche al Codice della Navigazione, con il conferimento al Ministro dell’interno di competenze specifiche del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, e del codice di procedura penale, con l’attribuzione alla Procura distrettuale della competenza per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, si prestano ad una censura di incostituzionalità per la loro palese irragionevolezza. Così come si prestano alle medesime censure le norme che introducono modifiche al codice penale, alle disposizioni a tutela dell’ordine pubblico ed al Testo unico di pubblica sicurezza, dove vengono addirittura raddoppiate le sanzioni previste dal legislatore fascista. Costituisce, inoltre, una novità assoluta ed inconcepibile l’istituzione di un Commissario straordinario del Governo, proposto dal Ministro dell’interno, che intervenga nell’organizzazione degli uffici giudiziari, che in base all’art. 110 della Costituzione spetta al Ministro della Giustizia. Le norme in parola realizzano un’anomala concentrazione di poteri in capo al Ministro dell’Interno, che è anche il Capo di un partito politico, turbando gravemente i delicati equilibri istituzionali che presidiano le competenze statuali in materia di giustizia, difesa e sicurezza. Esse difficilmente potrebbero passare il vaglio di legittimità della Corte costituzionale; tuttavia di fronte a delle disposizioni che mettono in pericolo la vita di centinaia o migliaia di persone, le garanzie dell’ordinamento devono essere anticipate: è necessario che nel Consiglio dei Ministri si giunga ad una votazione per distinguere le responsabilità di ciascuno ed è fondamentale il ruolo di controllo del Presidente della Repubblica che può rifiutarsi di emanare un provvedimento così oltraggioso per i valori repubblicani, come avvenne in passato per il c.d. “decreto Englaro”. Roma, 15 maggio 2019 Massimo Villone, Silvia Manderino, Alfiero Grandi, Mauro Beschi, Domenico Gallo, Antonio Pileggi, Alfonso Gianni, Pietro Adami, Antonio Esposito, Giovanni Palombarini, Maria Agostina Cabiddu, Armando Spataro, Giovanni Russo Spena, Livio Pepino,

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: IL PARADOSSO DEL COMMA 22

data creazione 12/04/2019
Di Domenico Gallo*. Nel suo libro “La svastica sul sole” lo scrittore di fantascienza americano Philips Dick provava ad immaginare come sarebbe stata l’America se i nazisti ed i giapponesi avessero vinto la seconda guerra mondiale. Ci siamo sempre chiesti: come avrebbe immaginato Philips Dick l’Italia se Mussolini ed Hitler avessero vinto la guerra? Certamente nell’Italia con la svastica sul sole non ci sarebbe stata la Repubblica ed una Costituzione democratica fondata sul lavoro e sull’equilibrio dei poteri. Ed è proprio la Costituzione che impedisce che la svastica possa oscurare il nostro sole, malgrado la politica si sia svincolata sempre di più dai valori fondanti della Repubblica. In questo tempo oscuro, fra i principi fondamentali della Costituzione quello più a rischio è il principio dell’unità e indivisibilità della Repubblica, espresso dall’art.5. Per la verità si tratta di un principio contestato da oltre 20 anni da coloro che si sono inventati il popolo padano ed hanno inscenato la pagliacciata della dichiarazione d’indipendenza della Padania il 15 settembre 1996. Adesso dalla sceneggiata stiamo passando alla scena: sul palcoscenico della politica viene messa in opera la dissoluzione dell’indivisibilità della Repubblica tramite la secessione del Lombardo-Veneto, con l’appendice dell’Emilia Romagna. Del resto questo è il progetto esplicitato nell’art. 1 dello Statuto della Lega, approvato il 12 ottobre del 2015, che assume come finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici ed il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale, indipendente e sovrana”. Il paradosso è che si perviene a questo risultato eversivo utilizzando uno strumento previsto dalla Costituzione, come modificata a seguito della riforma del Titolo quinto, approvata nel 2001. Il progetto di regionalismo differenziato, infatti, viene presentato come attuazione dell’articolo 116, III comma della Costituzione, il quale prevede che le Regioni possano ottenere “forme e condizioni particolari di autonomia” in una serie di materie, tra cui quelle che rappresentano il cuore dello Stato sociale, come sanità e istruzione. In altre parole ci troviamo in presenza di una proposta di attuazione di una disposizione costituzionale in contrasto con la Costituzione stessa. Come ciò sia potuto accedere è spiegabile con la circostanza che si tratta di una disposizione ambigua, frutto di una modifica della Costituzione che enfatizza oltre il ragionevole le differenze, per cui mal si concilia con l’impianto della Costituzione del 1948, in cui l’unità e l’autonomia rappresentano due facce della stessa medaglia e si rafforzano reciprocamente. “L’articolo 116, comma III della Costituzione – ha scritto Carlo Iannello – è probabilmente la disposizione più lontana dall’impianto originario della Costituzione proprio perché introduce un processo disgregativo, che può sfociare in una disarticolazione dell’ordinamento, finendo paradossalmente per svuotare di senso lo stesso principio di autonomia, che si lega indissolubilmente ai valori sostanziali (eguaglianza, libertà, partecipazione democratica) affermati dal costituente.” In realtà, per quanto sia ambigua la disposizione dell’art. 116, III comma, qui ci troviamo di fronte ad un chiaro abuso dello strumento, utilizzato come un grimaldello per forzare la Costituzione e rovesciare i confini dell’assetto della pur amplissima autonomia regionale, come prevista dalla stessa riforma del Titolo quinto. Infatti, una volta che tutte le materie in cui è prevista una competenza legislativa concorrente fra lo Stato e le Regioni saranno trasferite alla competenza esclusiva del Lombardo-Veneto e una volta che lo Stato si priverà anche della sua competenza esclusiva in materia di norme generali sull’istruzione e di tutela dell’ambiente, si verificherà una rottura dell’unità dell’ordinamento giuridico e dell’eguaglianza dei cittadini nel godimento dei diritti fondamentali, che travolgerà la Repubblica immutandone il volto. Quello del comma III dell’art. 116 è un paradosso, ancora più inquietante del più famoso paradosso del libro Comma 22 di Joseph Heller, che narrava le avventure di un gruppo di piloti statunitensi impiegati per i bombardamenti in Italia durante la seconda guerra mondiale. Questi piloti potevano chiedere l’esenzione dalle missioni di bombardamento solo in caso di pazzia (comma 21), però il comma 22 prevedeva che chi chiedeva l’esonero non poteva essere pazzo. Con il ricorso all’abuso del comma III (dell’art. 116 Cost), si reintroduce nella vita politica italiana il Comma 22: chi vuole demolire la Costituzione alza il vessillo della sua attuazione. Non resta che chiederci se il pilota che guida l’azione di governo rientri nel Comma 21 o nel Comma 22. *Domenico Gallo - Magistrato Corte di Cassazione

ELEZIONI BASILICATA: ZINGARETTI NON SALVA IL PARTITO DEMOCRATICO. TUTTI LEGHISTI PERICOLOSAMENTE.

data creazione 26/03/2019
La destra avanza anche in Basilicata. Il responso delle urne è amaro per tutti coloro che ci avevano creduto in una possibile risalita del Pd dopo la vittoria alle primarie di Nicola Zingaretti. Non è stato così. Forse è andata anche peggio, se si considera che la lista del Partito Democratico è la seconda della coalizione del candidato presidente Carlo Trerotola. Un misero 7% di lista che si inquadra in un 33% di coalizione del tutto insufficiente a contrastare l’avanzata di Vito Bardi. Il nuovo presidente della Regione Basilicata è del centrodestra, con una Lega di Salvini che sfiora il 20% e si appaia al Movimento Cinque Stelle che ottiene il 20% dei consensi (e non è un crollo) mantenendo la linea di tendenza analoga a tutte le regioni dove si è recentemente votato. Basilicata Possibile, la lista di sinistra battezzata da Pippo Civati raccoglie un buon 4%. Il dato purtroppo conferma lo scenario inquietante prefigurato alla vigilia. La Lega che fino a pochi mesi fa, bistrattava il Mezzogiorno è penetrata anche nella testa del popolo meridionale, il quale sembra aver dimenticato anni di strapazzamenti e insulti protratti sino ad oggi, a quando cioè un Ministro della Repubblica, il leghista Bussetti, permette il lusso di dire ai meridionali di andare tutti a lavorare. L’altro dato certo è che occorre rifondare a sinistra un progetto politico alternativo che superi la golden share detenuta sine titulo da un Pd ormai senza credibilità non in grado di riprendersi, anche dopo la leadership strappata da Zingaretti, la propria anima venduta da tempo al neoliberismo.

LE PRIMARIE, IL MORTO DI CARNEVALE E LA “SINISTRA” INCARTATA

data creazione 03/03/2019
Nel giorno delle primarie del Pd è Carnevale. Sarà stata una coincidenza non valutata per tempo dagli organizzatori. Fatto sta che a Viareggio hanno preferito anticipare a sabato le votazioni perché la ricorrenza in maschera viene prima in ordine di importanza. In molte altre piazze italiane il rischio è che i gazebo del Pd si confondano con la farsa tipica delle maschere di Carnevale. Nessuno però può battere in lungimiranza quelli del Pd, che proprio per evitare la confusione in molte città hanno scelto di far votare militanti e simpatizzanti nel chiuso delle sezioni (dove ancora esistono fisicamente) preferendo “il fai da te” casalingo al contatto reale con la gente. Il prossimo segretario sarebbe il presidente della Regione Lazio Zingaretti, il più gettonato, seguito da Martina e Giachetti, improbabili outsider. Tutti bravi. Che dire di Zingaretti il quale, fra i tre, quanto meno si è sporcato le mani riuscendo ad affrontare la fase sul campo e collezionare vittorie elettorali importanti in terra laziale, sia pure imbarcando qualche trasformista di troppo. Il punto è un altro. Il problema del Pd non sono gli uomini nuovi o seminuovi. Sono le politiche che inevitabilmente camminano ancora a braccetto con quei gruppi dirigenti e quelle nomenclature finanziarie europee che hanno affossato il partito e l’idea stessa di sinistra in Italia, trasformandola in una farsa quotidiana e non solo a Carnevale. Il renzismo ha infatti infettato il partito allontanandolo dalle piazze, sostituendo ad esse luoghi più “cool”come la Leopolda, cercando di convincere tutti che cambiare la Costituzione doveva essere una priorità per cambiare il Paese. Sbagliato! Renzi, il rottamatore che ha impostato la sua ascesa proprio sulla eliminazione dei suoi predecessori, una cosa l’ha cambiata davvero. La pelle della sinistra, prima utilizzandola per ipnotizzare le masse, successivamente incartandola in un debole involucro, infine annientandola. E’ venuta fuori una classe dirigente ibrida, disabituata a parlare al popolo, staccata dai bisogni della gente, ma solo brava a frequentare i palazzi del potere da Roma a Bruxelles. Ma essere popolari non è lo stesso che essere populisti. Quel Renzi che prometteva di lasciare la politica, dopo il referendum costituzionale perso il 4 dicembre 2016, non è politicamente morto, è ancora lì alla finestra, dopo aver traghettato il Pd verso il suicidio assistito. E non basteranno le primarie a far recuperare credibilità ad un gruppo dirigente abbarbicato ai vertici di un Pd in declino, i numeri della partecipazione alle primarie non contano, potrebbero come spesso accade non rispecchiare la realtà, troppo facile gonfiarli e indirizzarli come ormai oggi accade quasi dappertutto in politica (vedi piattaforma Rousseau) data la disaffezione alla partecipazione da parte della gente comune. Per il partito Democratico non basterà un bravo capitano a guidare il timone di una nave alla deriva e in alto mare. Affidare al Pd il compito di ricostruire un necessario fronte di sinistra popolare in opposizione al salvinismo dilagante è come affidare le pecore al lupo. La speranza di ripartire non può e non deve pagare dazio al Pd. Sarebbe la fine prima dell’inizio.

BRUCIA NOTRE-DAME: SIAMO TUTTI "RAZIONALMENTE" FRANCESI

data creazione 16/04/2019
E' un misto di tristezza, rabbia e incredulità l’incendio che divampa a Parigi. La cattedrale di Notre-Dame è in fiamme da un pezzo. Bruciano quasi 1000 anni di storia. La cattedrale simbolo della Cristianità fu eretta tra il 1160 e il 1250 in pieno medioevo. Per circa un millennio è stata il simbolo della Francia più antico, leggendario e affascinante della torre Eiffel,a rappresentare il dominio del cristianesimo con i suoi segreti e le sue camere proibite. Ora ogni sua architrave si schianta pezzo dopo pezzo, minuto dopo minuto, difficilmente ne potrà rimanere in piedi qualcosa. La buona notizia è che non vi sono morti, né feriti. Amara. Nessuno parla, tutti attendono che l’apocalisse di fuoco nel cuore di Parigi e dell’Europa possa spegnersi, prima di accertarne le cause. Perché ciò è potuto accadere? Siamo solidali con il popolo francese che perde un simbolo della propria identità, ma domani non vogliamo credere che qualcuno avrà dimenticato i fornelli accesi in cattedrale. L’ipotesi più istituzionale e discreta possibile è quella dell’incendio non doloso, capitato sempre per imperizia ma non con l’intenzionalità di compiere il fatto. Nel contesto in cui si trova la Francia di Macron, però, a pensar altro ci si potrebbe indovinare. Proviamo ad immaginare altre due ipotesi alternative, entrambi dolose, cagionate cioè da un piromane ben indottrinato. La prima. Può avere la crisi libica fomentato la mano incendiaria di qualche indigeno non proprio felice di subire da decenni l’influenza, per non dire l’occupazione, neocoloniale della Francia nei territori africani? Il comportamento ambiguo tenuto dalla Francia nell’aggressione di Haftar al governo libico è sicuramente una pista da battere, qualora tale ipotesi sia fondata, per l’accertamento delle possibili verità. Ma no... Troppo complicato crederci. La seconda. Possono i servizi di intelligence aver congegnato un piano per rafforzare la leadership interna del Presidente Macron, in caduta libera di consensi dopo le proteste destabilizzanti dei Gilet Gialli? Da escludere, troppo terrificante solo pensarlo. Stile neroniano. Del resto fu lo stesso Nerone a bruciare Roma, dopo manovre ed incesti patrizi di palazzo, nel tentativo di rilegittimare la sua leadership imperiale in vista della ricostruzione. Epoche diverse e lontane, certamente qualunque congettura sarebbe bollata come fattezza di stregoneria ai tempi del Medioevo. Ci potrebbe essere una ulteriore ipotesi in campo, quella di qualche foreign fighter depresso, tornato in patria dopo la sconfitta dello Stato islamico. Improbabile? Fatto sta che le Torri Gemelle, abbattute nel 2001, poterono essere sostituite da altri simboli della modernità e del progresso americano. Con la cattedrale di Notre-Dame invece si inabissa un monumento dell’antichità, della storia, della cultura identitaria nazionale ed europea che difficilmente potrà essere sostituito. Per questo è giusto oggi sentirsi “razionalmente” popolo francese, perché all’indomani di un incendio così inspiegabile la miscela dei sentimenti umani potrebbe essere più difficile da decifrare delle ipotesi investigative che saranno messe in campo.

LA LEZIONE DI LORENZO, UN ITALIANO VERO

data creazione 19/03/2019
Non era in Siria per affari o interessi, era lì a combattere al fianco dei più deboli per la libertà del popolo curdo, un popolo sfortunato e senza terra, oppresso e continuamente perseguitato. Lorenzo non era andato per sfruttare la situazione, come spesso accade per i molti sciacalli stranieri che si affacciano nei teatri di guerra, si presentano il giorno dopo le bombe per investire soldi nella ricostruzione e trarre profitto sulle disgrazie altrui. Lorenzo Orsetti, no. Era italiano della Toscana. E arruolatosi con la milizia curda si faceva chiamare Tekoser, il suo nome di combattente. È caduto per mano dell’ISIS che evidentemente per la sua origine occidentale, gli dava la caccia considerandolo un infedele. Tekoser fino all’ora della sua morte coraggiosa e dignitosa sul campo di battaglia, era un anonimo sconosciuto. Nessuno sapeva di lui, solo la sua famiglia che però rispettava la sua scelta di vita. Anche per questo Lorenzo è un vero eroe. Un vero italiano che non cercava pubblicità o titoli sui giornali, ma faceva fatti. Un eroe come la sua riservatezza, il suo silenzio, il suo sacrificio prestato per una causa lontana dai suoi affetti più cari, ma sentita nel profondo della sua coscienza di essere umano È una lezione, quella di Lorenzo, di grande altruismo, capitata nella fase più buia delle menti e delle coscienze di chi ancora nel mondo considera la diversità un problema. Il messaggio postumo di Lorenzo è la testimonianza che l’intolleranza, il razzismo, l’egocentrismo, non sono l’ultima frontiera dell’umanità. C’è e ci sarà sempre qualche eccezione che non fa che confermare le ultime parole di Lorenzo. “È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che 'ogni tempesta comincia con una singola goccia'. Cercate di essere voi quella goccia. Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole!" Ciao nostro eroe italiano. Grazie.

IL BLACK-OUT USA SULLA “VIA DELLA SETA”: LA NUOVA GUERRA FREDDA È COMINCIATA.

data creazione 12/03/2019
Di Michele Tripodi Il Venezuela è al buio e gli USA esultano. Sulle disgrazie altrui è facile ridere. Il presidente Maduro ha individuato la causa nel sabotaggio della centrale idroelettrica del lago Guri che alimenta il 70% del Paese. Ed infatti la strategia degli USA è quella di mettere in ginocchio il Paese con sanzioni economiche, cercando di creare il massimo disagio sociale possibile per fare in modo che il popolo si rivolti contro Maduro senza ricorrere all’uso unilaterale della forza, espediente inviso e non tollerato dalla Comunità internazionale. L’aggressione al Venezuela oggi manifesta la debolezza americana che maschera una chiara difficoltà sul piano internazionale. Dagli esiti negativi del summit in Vietnam con il leader coreano Kim che, dal suo piccolo, ha perfino oscurato Trump, preoccupano agli USA le recenti aperture ad oriente di paesi dell’Unione Europea come Portogallo, Italia, Grecia. Dopo la Russia questa è la volta della Cina che sta espandendo a dismisura il progetto di “Nuova via della Seta” attirandosi le simpatie di alcuni governi, possibili partner commerciali pubblici e beneficiari degli investimenti della cosiddetta BRI (Belt and Road Iniziative). La BRI è il cuore operativo ed attuativo della Nuova Via della Seta, ingegnata dalla Repubblica Popolare cinese alla fine degli anni settanta grazie all’intuizione di Deng per aprire rotte e canali commerciali verso Ovest. Cinque sono i corridoi della via della seta, tre terrestri e due marittimi. Uno di questi muove verso l’Italia, verso Venezia passando per porti importanti e bucando l’Europa fino a Rotterdam. Gli ulteriori investimenti previsti per infrastrutture e trasporti sono di 100 miliardi di dollari su territori che toccano tre continenti: Asia, Europa ed Africa. Ma c’è anche la linea tecnologica col 5G che “minaccia” pericolosamente il monopolio americano dei mercati digitali. È questo l’elemento nuovo che rafforza politicamente il progetto cinese, l’aver coinvolto ed aggregato più soggettività nel segno dell’innovazione, compresi i paesi africani da sempre trattati come propaggine neocoloniale dell’imperialismo a stelle e strisce. Tutto questo turba il sonno degli Stati Uniti che hanno dichiarato un secco no alle iniziative cinesi, apostrofandole come un tentativo di colonizzare l’Europa. L’arresto della manager di Huwawei è stato il primo segnale dell’insofferenza degli USA alla nuova ingombrante presenza cinese nei mercati occidentali. Si spiega così il recente monito di Bruxelles che ha richiamato all’ordine i paesi non allineati come l’Italia, in vista della visita del presidente Xi Jinping programmata a breve. Ma la Cina non è la Corea e ad uscire con le ossa rotte stavolta saranno gli Stati Uniti, che hanno già proclamato, salvo poi balbettare, la guerra dei dazi. La partita è più complicata, limitare un colosso che conta 2 miliardi di abitanti non è cosa semplice. Sarebbe strategicamente più utile all’Europa essere parte di questo progetto ambizioso che rompe l’unilateralismo ed il monopolio dei soliti noti, piuttosto che avviarsi su soluzioni peraltro non universalmente accettate come i trattati bilaterali di libero scambio con Usa, Canada e Giappone, in parte fortunatamente arenatisi. La guerra fredda è ricominciata e stavolta, sul piatto, ci stanno interessi geopolitici molto più ad ampio raggio di ciò che possiamo immaginare.

LA VITTORIA SOCIALISTA DI PEDRO SANCHEZ ED IL "SALVAGENTE" EUROPEO

data creazione 29/04/2019
C’è una via di uscita alla crisi delle istituzioni europee diversa dai nuovi fascismi? Forse. Il suo colore non è proprio rosso, ma giallo-rosso come quello della bandiera spagnola. Le elezioni politiche spagnole hanno incoronato Pedro Sanchez, il leader del partito socialista operaio, quale futuro premier della Spagna. Per la verità, nella penisola iberica, il socialismo non è un vento sconosciuto. Il Portogallo dal 2015 è governato da una coalizione di sinistra che comunque è riuscita a scacciare i fantasmi del default di stato e a riaccreditare il paese dinanzi all’osservatorio delle potenze mondiali. Andres Costa, il leader socialista portoghese, avrà ora il “cugino” della porta accanto, quale più prossimo interlocutore. Nella tornata elettorale spagnola il PSOE di Sanchez ha raccolto oltre 7 milioni di voti e con il 28,7%, è il primo partito avendo distanziato di dodici punti gli storici avversari del partito popolare che dimezzano i voti, complice l’avanzata della formazione franchista di estrema destra VOX. I nuovi fascisti spagnoli si sono attestati al 10% riuscendo ad ottenere una pattuglia consistente di deputati e senatori. Il sistema elettorale spagnolo che mescola il proporzionale col maggioritario, ha consentito dunque al PSOE di ottenere 123 seggi che sommati ai 35 ottenuti dalla sinistra di Podemos ed a quelli delle forze indipendentiste e nazionaliste, spianerà la strada alla formazione di un governo di coalizione con maggioranza molto tranquilla. I socialisti spagnoli hanno avuto ragione di una destra troppo frammentata a seguito di una crisi parlamentare anticipata provocata dai popolari sulla legge di bilancio che prevedeva l’aumento del salario minimo di oltre il 20% a circa 900 euro, l’adeguamento delle pensioni all’inflazione, progressività delle imposte e tasse per i redditi più alti con l’introduzione di una patrimoniale per le grandi ricchezze. Misure sociali importanti che evidentemente erano state apprezzate dal popolo spagnolo. Anche i banchieri della BCE ora possono tirare un sospiro di sollievo. Paradossale ma vero! Il che dovrebbe però fare riflettere le elites della finanza e tutti i governi neoliberisti impauriti come erano dall’ondata nazional-populista che sta squarciando l’Europa partendo dai suoi quattro punti cardinali. L’Europa e le sue istituzioni non possono continuare ad ignorare le spinte popolari che provengono da settori della società troppo marginalizzati ed espulsi dal circuito della rappresentanza sociale e politica. Può essere la vittoria dei socialisti in Spagna una specie di salvagente, una spinta riformatrice da cogliere? Chissà.

BARACCOPOLI, ARSI VIVI COME LE STREGHE

data creazione 16/02/2019
Non c’è pace per i lavoratori sfruttati della Piana di Gioia Tauro. Moussa Ba, senegalese di 29 anni è morto come le streghe, bruciato vivo nell’ennesimo rogo che ha investito l’inferno della baraccopoli di San Ferdinando in provincia di Reggio Calabria. E dopo Becky Moses, morta il 27 gennaio 2018 e il gambiano Surawa Jaithe di 18 anni, morto lo scorso 2 dicembre, nessuno piange l’ennesima vittima innocente e impunita del silenzio complice che avvolge da decenni la baraccopoli di San Ferdinando. Dinanzi all’ennesima tragedia annunciata, il ministro dell’Interno Salvini ne approfitta per suonare la carica e invoca lo sgombero, come se il trasferimento coatto fosse la soluzione di una questione sociale che va oltre la baraccopoli in sé, ma ci racconta storie di sfruttamento, nuovi caporali, barbarie continua sulla pelle di lavoratori, questi si di razza. Già, la razza che ormai viene risventolata in nome di un individualismo che calpesta i principi fondamentali della nostra Costituzione, rinvanga in mezzo all’omertà collettiva ed alla convenienza dei nuovi latifondisti che pagano queste persone a sottosalario costringendole a vivere in condizioni disumane. Eppure, qualche giorno fa proprio a San Ferdinando, un comitato spontaneo è nato per il recupero delle tante case sfitte che esistono sul territorio calabrese. Se ne contano due e mezzo per ogni abitante. Si potrebbero praticamente sistemare intere famiglie di italiani in affitto e di migranti senza fissa dimora. Una proposta seria ed alternativa che restituisce una speranza di dignità alla persona, indipendentemente dal colore della sua pelle: casa e lavoro per tutti. Sembra uno slogan di una volta, ma è da che qui bisogna ripartire.

DEF: IL GOVERNO IN SILENZIO STAMPA

data creazione 11/04/2019
Hanno disertato le telecamere, i big del Governo giallo-verde, all’indomani dell’approvazione del Documento economico finanziario 2019. Il Def è quell’atto che anticipa le mosse di programmazione economica e finanziaria del Governo in base alle risultanze ed ai dati dell’economia reale. Si racconta che durante quel Consiglio dei Ministri, le linee in campo erano almeno quattro: quella del ministro Tria che tiene sempre il portafogli stretto nel nome dell’UE, quella del Ministro Salvini che per capriccio pretende la “flat tax” ora e subito, quella del suo alterego, il ministro Di Maio, che dal trono del dicastero allo sviluppo economico controbatte tatticamente alle pretese del suo omologo leghista alzando la posta su altro. Infine il premier Conte vestito di tuta ignifuga ed elmetto a fare il pompiere. Ma l’acqua non è bastata. E seppure Roma ne sia a corto l’incendio é divampato. Al chiuso, per questo le sagome affumicate e semi-bruciacchiate del governo in carica, non se la sono sentita così malridotte di presentarsi alla stampa. Da quel poco che si legge nel Def non avrebbero potuto reggere il confronto coi giornalisti, né tantomeno assumere impegni con gli italiani rispetto a quelli annunciati trionfalisticamente nel dicembre scorso . Alcuni dati del Def ci sono però e sono inequivocabili, riguardano le previsioni di crescita del PIL inchiodata allo 0%. Ben al di sotto dei toni vittoriosi e delle immagini degli abbracci sul balcone di palazzo Chigi prima e dopo l’approvazione della legge di bilancio. Rispetto alla previsione filogovernativa dell’1%, la crescita reale non decolla e l’omonimo decreto adottato qualche giorno fa dal Consiglio dei Ministri sembra più uno slogan propagandistico che una misura concreta per far ripartire il Paese. È molto grave, in siffatto contesto che il Governo, piuttosto che affrontare direttamente i giornalisti, abbia diffuso a margine della riunione infuocata un comunicato stampa striminzito e privo di qualunque rassicurazione per l’economia italiana. Nella tabella allegata al Def vi sono numeri che preoccupano e che lasciano tutti con il fiato sospeso circa un presunto aumento dell’IVA a partire da subito che annullerebbe ogni effetto positivo prodotto dal reddito di cittadinanza e dall’incremento della domanda interna e dei consumi. Si sapeva che le clausole di salvaguardia non si sarebbero potute disinnescare così facilmente ed ora che Salvini pretende l’adozione della flat tax con doppia aliquota per fare il favore ai ricchi, mancano le coperture. Tutto questo non poteva essere comunicato, né discusso oltremodo. E la sensazione è che molte verità scabrose siano state volutamente insabbiate e rimandate alla resa dei conti, inevitabile dopo le elezioni Europee. Tanto per cambiare, la “nuova” politica del cambiamento (quale poi?) imita metodi, comportamenti e strategie di quella più “vecchia” e marpiona, dopo averli abbondantemente schifata. E tutto come se niente fosse si copre e si annulla nella cortina del silenzio. Complice.

LA PORTA ROSSA di Domenico Gallo

data creazione 24/04/2019
“La porta rossa” è il titolo di una fortunata serie televisiva italiana prodotta da Rai Fiction e ideata da Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi. L’invenzione fantastica intorno alla quale gira tutta la vicenda è quella della “porta rossa”, che separa definitivamente i morti dal mondo dei vivi. Il commissario Cagliostro, ucciso da una mano ignota, giunto di fronte alla porta rossa, si ritrae, evita di attraversarla e rimane, in forma invisibile, nel mondo dei vivi, per indagare sul suo stesso omicidio e scongiurare i pericoli che gravano sulla moglie incinta e poi sulla figlia neonata. Per agire ha bisogno di una medium, la diciassettenne Vanessa Rosic, l’unica persona che può vederlo e seguire le sue istruzioni. Ho pensato alla “porta rossa” leggendo i due editti partoriti questa settimana dal Ministro dell’Interno, con due circolari, in data 15 e 17 aprile. Con la prima si ordina al Capo della Polizia, al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, al Comandante Generale della Guardia di Finanza, al Capo di Stato Maggiore della Marina Militare e al Comandante Generale della Capitanerie di Porto (e perché no al Corpo dei Marines?) di vigilare sulla nave “Mare Jonio”, per impedire che possa compiere altri salvataggi in mare nelle acque dove vige la finzione della SAR libica. Com’è noto, la circolare ha provocato una forte irritazione dei vertici militari, che non sono soggetti all’autorità del Ministro dell’Interno e hanno fatto trapelare una nota durissima, considerandola “una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica», poiché i militari rispondono solo al ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo Supremo delle Forze Armate. “Quel che è accaduto è gravissimo – continua la stessa fonte – perché viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce una forma di pressione impropria nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa (..) Queste cose accadono nei regimi, non in democrazia”. Il problema, però, non è il rispetto del galateo istituzionale, ma la pretesa di coinvolgere ancora di più le forze armate nella illegale politica di divieto di soccorso in mare e di respingimento collettivo (in spregio alle Convenzioni internazionali), delegata ad una sedicente Guardia costiera di uno Stato fantoccio, che in questo momento è dilaniato dalla guerra civile. Con la seconda circolare si invitano i Prefetti, scavalcando i Sindaci, ad istituire nelle città delle “zone rosse”, nelle quali non possano accedere coloro che siano stati denunciati per percosse (uno schiaffo), lesioni, rissa, spaccio di stupefacenti (tossicodipendenti) e venditori ambulanti. Viene creata una categoria di persone che vengono considerate “dedite ad attività illegali”. E’ una singolare forma di apartheid, simile a quella che vigeva in Sudafrica, dove nelle città dei bianchi non potevano circolare i neri. Con provvedimento amministrativo, alcuni cittadini vengono dipinti di nero e banditi dalla città dei bianchi. Immediata è stata la reazione del Sindaco di Palermo, il quale ha dichiarato che non si farà scavalcare ed ha chiesto al premier Conte di intervenire per difendere le autonomie, osservando che “è la conferma che abbiamo un ministro dell’Interno eversivo. Il Viminale vuole creare un clima di scontro sociale”. E’ fin troppo ovvio rilevare che gli editti della settimana di Pasqua, oltre ad essere inefficaci ed impraticabili, sono traballanti dal punto di vista giuridico e saranno facilmente smontati dall’intervento dei giudici amministrativi e ordinari, però rimane l’effetto politico, che è quello di una ulteriore degradazione dello Stato di diritto e di una ulteriore scivolata verso la costruzione di un immaginario autoritario. A questo punto ci assale un dubbio: vuoi vedere che la porta rossa esiste davvero e che quel signore con la mascella quadrata che si affacciava dal balcone di Piazza Venezia non l’ha attraversata ed è rimasto fra noi, invisibile, per realizzare quel progetto che credevamo archiviato definitivamente il 25 aprile? In questo caso, non possiamo avere alcun dubbio, il suo medium non è Vanessa, ma Matteo.

DALLA CASTRAZIONE CHIMICA ALLE COSCE SPALANCATE. LA VIRATA DELLA LEGA.

data creazione 23/02/2019
L’uscita del consigliere leghista di Amelia, comune dell’Umbria, tale Massimiliano Galli, contro la cantante Emma Marrone gli è “costata” l’espulsione. Parola del grande capo. Già nel 2017 lo stesso personaggio fu costretto ad abbandonare la carica di Assessore dimettendosi dalla Giunta per avere dichiarato che in Siria dovevano essere uccisi tutti, sciiti e sunniti. A parte il livello elementare di conoscenza della religione e della storia araba, il consigliere leghista oggi espulso non é il solo recidivo del partito di Salvini. E non c’è da meravigliarsi. Se il capo di un partito si lascia andare a dichiarazioni border-line, per non dire a veri e propri insulti e provocazioni contro il resto del mondo, come si può pretendere che militanti di provincia con un livello di responsabilità politica minore non facciano di peggio? Potremmo parlare del caso di Kevin Masocco, altro consigliere leghista di un comune del Trentino Alto Adige, costretto a dimettersi perché in una conversazione audio avrebbe detto "In disco c'è una dj da violentare". Eppure non più tardi di due anni fa la Lega dai banchi dell’opposizione in Parlamento, proponeva la castrazione chimica come rimedio per pedofili e violentatori seriali. Evoluzione della specie. La nuova virata della Lega è forse verso la Fi… di Forza Italia? Battute a parte, oggi “Le cosce aperte” di Emma Marrone immaginate maliziosamente dal consigliere leghista Galli sono molto meno rispetto al clima generale di violenza verbale e di odio della diversità, sia essa rappresentata dal colore della pelle, dal genere sessuale, dal credo religioso o dalle opinioni politiche di altri cittadini che al pari di chi ci governa sono parte di questo Paese. Non dimentichiamo fatti ben più gravi accaduti di recente e già sollevati dalla memoria collettiva della propaganda come la sparatoria di Macerata dove rimasero feriti 6 migranti, compiuta da tale Luca Traini, candidato dalla Lega alle elezioni comunali di Corridoni. Tutti questi episodi non sono casi isolati, vi è almeno una notizia a settimana di dichiarazioni offensive ad effetto moltiplicatore fatte da un esponente/militante leghista, il quale anche sui social rende continuamente il suo servigio all’ideologia dominante dell’attuale potere costituito. E non stiamo qui ad elencare le continue invettive di Mario Borghezio & company contro i meridionali, da terroni a puzzolentoni. Certo è che stiamo vivendo una fase macabra per la democrazia in cui la Costituzione e l’impianto dei suoi principi fondamentali è continuamente calpestato da chi, assumendo ruoli e funzioni di governo, vi ha pure giurato sopra. Sono ritornati i tempi in cui il tricolore brucia nelle piazze, stavolta non materialmente come i leghisti facevano fino a pochi anni fa, è un vilipendio diverso, subdolo, costante e più grave, che si compie contro il sistema dei valori fondamentali della nostra Costituzione …Italiana.

IL DECRETO SPECIALE PER LA SANITA’ CALABRESE E’ UN “DECRETINO” Il Sindaco di Polistena Michele Tripodi: “Molti ospedali a rischio chiusura prima dell’estate”

data creazione 19/04/2019
Lo abbiamo più volte invocato e lo attendevamo con speranza ma dopo avere letto più volte la bozza ufficiosa del decreto speciale per la sanità calabrese la delusione è tanta. Cresce soprattutto la preoccupazione che gli ospedali ormai stremati, al collasso di personale, sospendano le proprie attività da qui a breve. ASSUNZIONI DI PERSONALE: LA PIU’ GRAVE MANCANZA NEL DECRETO Il decreto sanità lascia aperto ed insoluto il grosso problema della carenza di personale. Non vi sono norme nel decreto che autorizzano i Commissari ad assumere rapidamente nuove figure anche in deroga ai tetti di spesa. Di turn-over neanche se ne parla. In tal modo molti ospedali del territorio rischiano la chiusura (e non è uno slogan) di molti servizi ormai al di sotto degli organici minimi previsti dalla legge. COMMISSARIAMENTO NEL COMMISSARIAMENTO Ciò che traspare è la volontà politica di avocare a sé i poteri della Regione in materia sanitaria in particolare nella nomina dei Direttori Generali che dopo questo decreto saranno, in caso di valutazione negativa da parte del Commissario ad acta al Piano di Rientro, nominati dallo stesso Commissario previa intesa “superabile” con la Regione. Praticamente tutte le ASP della Regione saranno a breve Commissariate dal Commissario ad acta nominato dal Governo, Cotticelli, che sarà la figura accentratrice dei poteri. Ricordiamo che il compito del Commissario al Piano di rientro, lo dice la parola stessa, non è quello di garantire i servizi ai cittadini, ma di far quadrare i conti. L’esperienza dei vari Commissari succedutisi nel tempo lo insegnano. DICHIARAZIONE DI DISSESTO E CENTRALI UNICHE DI COMMITTENZA Unica novità del decreto è quella di consentire alle ASP di dichiarare il dissesto e di farlo attraverso la proposta di nomina di un Commissario “liquidatore”, che spetta al Commissario ad acta. L’aggettivo liquidatore non è certo di buon auspicio, tuttavia la cosa positiva è che si potranno gestire separatamente i bilanci e tentare di ripartire da zero, situazioni ormai indistricabili. Per gli appalti e i servizi si introducono obblighi pressoché analoghi alle novità introdotte recentemente in tema di appalti nella normativa generale, che si aggrappa ai protocolli di intesa con l’ANAC e alle centrali uniche di committenza. INVESTIMENTI NELL’EDILIZIA SANITARIA Non è chiara la politica di investimenti che verrà adottata, salvo leggere che “il Commissario ad acta predispone un Piano triennale straordinario di edilizia sanitaria e di adeguamento tecnologico della rete di emergenza, della rete ospedaliera e della rete territoriale della Regione” Inoltre non vengono sbloccati e rimessi in discussione i fondi dell’articolo 20 della legge 67/1988 che rimangono bloccati per gli iter di progettazione avviati (praticamente ovunque) senza tenere conto che invece con uno sblocco avremmo liberato risorse importanti da reinvestire per ristrutturare gli ospedali esistenti, laddove cioè in origine gli stessi erano destinati. Una parte di somme pari a 82.164.205 di Euro viene destinata all’investimento tecnologico per il 2019 ma è poca cosa rispetto alle aspettative della vigilia. CONCLUSIONI Non rimane che sperare che la bozza di decreto dal quale abbiamo attinto queste informazioni sia stata corretta in sede di Consiglio dei Ministri, specie riguardo lo sblocco delle assunzioni. Diversamente esso rimarrà un “decretino” a tempo, 18 mesi, in cui assisteremo all’implosione di molti ospedali della Calabria. E stavolta con queste “non soluzioni” proposte nel decreto e indipendentemente dalle responsabilità del passato, i livelli essenziali di assistenza ed il diritto alla salute dei cittadini sono in serio pericolo.

CONTRO IL CONGRESSO MONDIALE DELLE FAMIGLIE SENZA SE E SENZA MA

data creazione 28/03/2019
di Marica Guazzora Sono giorni che i media ci parlano di questo Congresso che si terrà nel fine settimana a Verona, e sono giorni che noi femministe ci prepariamo a dare a questa gente il nostro saluto quanto mai ribelle. Ma vediamolo da vicino questo congresso. Leggo dal loro sito, ovviamente negli Usa, (e già da questo luogo si capiscono patrocinio e quant’altro): Il Vento del Cambiamento: L’Europa e il Movimento Globale Pro-Family. Washington, DC – L’Organizzazione Internazionale per la Famiglia è lieta di annunciare che il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF XIII) si terrà in Italia, nella città di Verona, dal 29 al 31 marzo. Poiché la famiglia è l’istituzione sociale originaria che getta le fondamenta di una società moralmente responsabile, con il supporto del vice premier Matteo Salvini, del Ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, del Governatore della Regione Veneto Luca Zaia e del sindaco Federico Sboarina la città di Verona è orgogliosa di ospitare, dopo Budapest e Chisinau, il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie. Le tematiche che saranno affrontate durante il congresso: La bellezza del matrimonio I diritti dei bambini Ecologia umana integrale La donna nella storia Crescita e crisi demografica Salute e dignità della donna Tutela giuridica della Vita e della Famiglia Politiche aziendali per la famiglia e la natalità Quindi abbiamo qui il patrocinio della Regione Veneto, del Friuli Venezia Giulia e guarda guarda, anche il patrocinio, che hanno sempre negato di aver assegnato, del governo italiano con un vice premier e un ministro. Ma non solo. Già queste presenze rappresentano una strepitosa vittoria della famiglia tradizionale infatti è noto a tutti che Matteo Salvini di famiglie ne ha almeno tre, e già così siamo al ridicolo, del resto è una caratteristica sua e del suo partito. Tra i relatori e le relatrici leggiamo, sempre per l’Italia, il ministro dell’istruzione Bussetti, Giorgia Meloni (fascista), Simone Pillon, (famoso disegno di legge) Alessandro Meluzzi (cura psichiatrica, necessaria qui) ecc. insomma il fior fiore della “Cultura italiana“, per il resto, tra i soggetti stranieri, non mancano patriarchi, una principessa, un duca e similari. Anche la Meloni mi pare abbia una bella famiglia “tradizionale” al di fuori del matrimonio. Direi che sia il suo che quello di Salvini sono “Contesti educativi e affettivi inadatti all’armonioso sviluppo dei minori”. Ma poveri figli! Questo evento è organizzato da molteplici soggetti, i nomi sono già da brivido lungo la schiena: l’International Organization for the Family, ProVita Associazione Onlus, CitizenGo, Comitato Difendiamo i nostri Figli, Generazione Famiglia, National Organization for Marriage. Riporto qui una presa di posizione netta di 400 docenti e ricercatori/trici dell’Università di Verona che, firmando un documento contro le tesi degli organizzatori del simposio, ci informano che le associazioni che hanno aderito sono diffuse a livello internazionale e si sono caratterizzate, negli anni, per precise prese di posizione relativamente a: l’affermazione del creazionismo; l’idea che la natura abbia assegnato a uomini e donne differenti destini sociali e diverse funzioni psichiche, che identificano automaticamente la donna in un ruolo riproduttivo e di cura; l’idea che il lavoro fuori casa delle donne, l’esistenza del divorzio e della possibilità di abortire siano le cause del declino demografico; il rifiuto del riconoscimento di diritti civili a configurazioni familiari al di fuori della coppia eterosessuale unita in matrimonio; l’affermazione che configurazioni familiari diverse dalla coppia eterosessuale unita in matrimonio siano, di per sé, contesti educativi e affettivi inadatti all’armonioso sviluppo dei minori; l’equiparazione tra interruzione volontaria di gravidanza e omicidio; la patologizzazione dell’omosessualità e della transessualità e di tutte le forme di orientamento sessuale e identità di genere non ascrivibili a maschio/femmina eterosessuale, e il rifiuto del pieno riconoscimento di diritti civili alle persone che manifestano queste identità; la promozione delle “terapie riparative” per le persone omosessuali al fine di “ritornare” alla condizione armoniosa dell’eterosessualità. C’è quindi da immaginarsi come saranno affrontate le tematiche in oggetto. C’è il vento del cambiamento come cita il titolo del Congresso? C’è. Siamo attorno al 1400, alla regina Isabella di Castiglia e alla Santa Inquisizione, con le eretiche e gli eretici bruciati sul rogo. Un consiglio: in questo fine settimana a Verona, non state troppo sottovento perché il lezzo di vecchio e di marcio è già insopportabile. Rifugiatevi nel controvento profumato di ribellione delle donne e delle ragazze che saranno marea, anche questa volta. Trovate qui tutte le iniziative: https://nonunadimeno.wordpress.com/ “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza” Stephen Hawkins

LA SOLIDARIETA’ DI GENERAZIONE.COM ALLA PROFESSORESSA SICILIANA SOSPESA

data creazione 21/05/2019
L’associazione Generazione.com esprime totale solidarietà alla Prof.ssa Rosa Maria Dell'Aria, oggetto di un inqualificabile provvedimento disciplinare per aver semplicemente assolto alla sua normale funzione didattica nello spirito del libero insegnamento e della libera partecipazione degli studenti all’attività di studio. Fa specie che questa maggioranza parlamentare nel mentre approva, con tanto di spot e propaganda al seguito, un testo per la reintroduzione dell’educazione civica a scuola, non abbia assunto alcuna determinazione sulla incresciosa vicenda al di là delle vuote ed insignificanti parole di rito di qualche singolo esponente del Governo. E’ evidente come il limite della decenza politica, e prima ancora quello imposto dai principi fondamentali della Costituzione, sia stato abbondantemente superato. Auspichiamo un intervento autorevole del Capo dello Stato, garante della Carta costituzionale, volto a ripristinare nelle scuole, nonché in tutti gli enti e luoghi di lavoro espressione della pubblica amministrazione italiana, quel clima di imparzialità e di servizio collettivo al quale ogni organo o apparato dello stato ha il dovere di conformarsi secondo Costituzione.

LA STRANA PARTITA DEL GOVERNO SUL PORTO DI GIOIA TAURO

data creazione 07/04/2019
Di Domenico Gattuso*. Il 2 Aprile scorso il Ministro dei Trasporti si è proposto con toni trionfalistici davanti ai giornalisti a Gioia Tauro, come se avesse risolto i problemi del porto e determinato le prospettive più rosee per il futuro. Mi permetto di sollevare una serie di dubbi in proposito, per invitare i calabresi ad un sano realismo, andando oltre i discorsi di facciata. Premetto che la mia è una opinione personale legata all’esperienza e che sono interessato al bene comune della nostra gente, non certo a difendere partiti che hanno amministrato la Regione in modo certamente poco serio negli ultimi 20 anni. La prima azione del Ministro relativa al porto di Gioia Tauro è stata discriminante e ha determinato un indebolimento dell’Autorità di Sistema, allorché ha scorporato i porti dello Stretto (dicembre 2018); ha prodotto due autorità portuali fragili invece di una forte, il distacco di Gioia Tauro dall’Area metropolitana dello Stretto, un contentino per alcuni schieramenti politici trasversali di matrice siciliana; azione peraltro del tutto incoerente con le misure legate al nuovo regime della ZES, tagliando fuori la componente industriale del Reggino. La seconda mossa è stata in realtà un’azione attesa e mancata; in effetti all’appuntamento con il capo del governo cinese Xi Jinping, il Ministro si è presentato con le carte dei porti di Genova e Trieste, carte predisposte probabilmente dal suo furbo sottosegretario leghista. Né Gioia Tauro né alcun porto del Sud sono mai entrati nella sottoscrizione di documenti strategici sulla prospettiva della Via della Seta, argomento che egli e la sua collega Ministro per il Sud non potevano certo disconoscere visto che se discute da oltre 3 anni. Alcuni miei studi approfonditi dimostrano che il terminal euro-mediterraneo più naturale ed economicamente vantaggioso della Via della Seta è la Calabria, conveniente per gli armatori cinesi, per la comunità portuale nazionale e per una spinta forte allo sviluppo del Sud in particolare. Nei fatti è stata avallata una strategia nazionale che lascia i porti del Sud fuori gioco, dando fiato ad una serie di potenti lobby del Nord. La terza azione strana è stato l’intervento singolare e poco lungimirante nel braccio di ferro in atto fra due colossi come Contship Italia e MSC per il controllo del terminal container (MCT); in situazioni del genere un ministro tende a giocare il ruolo di arbitro e tutelare gli interessi collettivi, in particolare quelli delle maestranze del porto e quelli della Calabria in termini occupazionali e di affermazione del potenziale di sviluppo. In tale ottica, sarebbe stato opportuno agire per affermare quattro condizioni ideali: favorire un regime di concorrenza ovvero la presenza di almeno due terminalisti, separazione dei ruoli fra operatore marittimo (armatore) e terminalista (scaricatore di porto), mantenere la leva di comando in mano allo Stato, garanzie circa i livelli occupazionali attuali e futuri. La soluzione assunta va in tutt’altra direzione: monopolio MSC, nessuna garanzia sui livelli occupazionali, incertezze circa la gestione di spazi ed attività portuali. Non è stato elaborato alcun documento in merito alla realtà portuale e rimangono aperti diversi quesiti; ad esempio in merito alla gestione del gateway ferroviario costruito con lauti fondi pubblici e in mano alla Sogemar di Contship; in merito alla gestione delle attività del terminal auto sulla preziosa banchina di Nord-Est (Auto Terminal Gioia Tauro, Gruppo BLG Logistics); nulla viene detto riguardo al potenziale interporto, atteso da 20 anni, che dovrebbe favorire l’intermodalità con la ferrovia e l’opportunità di accesso al treno merci per gli operatori economici calabresi e siciliani. Ma altri dubbi rimangono sul campo:quali impegni sono previsti per garantire la poli-funzionalità del porto, ovvero di spazi operativi per attività portuali diverse dal puro transhipment, come funzioni a servizio di traffici Ro-Ro? Che fine hanno fatti i 150 Milioni di Euro stanziati in seno al PON 2014/20 per la realizzazione di una serie di opere infrastrutturali significative attraverso lo strumento dell’Area Logistica Integrata, fermo al 2016 con rischio di disimpegno? Che ruolo intende giocare il Governo per superare l’impasse determinato nella transizione delle Aree di sviluppo industriale (ex ASI) al CORAP? E’ noto che la situazione è di estrema gravità e la gestione di tale processo ad opera della Regione è risultata alquanto inefficace, con conseguenze negative su tutto il comparto. A quando la nomina di un autorevole e qualificato Presidente dell’Autorità Portuale, fuori dalle solite logiche spartitocratiche? Perché non un Presidente di caratura internazionale? In rapporto agli elementi ad oggi noti e alle riflessioni esposte, sembra profilarsi un semplice passaggio di consegne del porto da un monopolista ad un altro, con il rischio di vedere riproporsi nel prossimo futuro le dinamiche negative del recente passato, ma con l’aggravante di non avere inquadrato le problematiche del porto in una prospettiva lungimirante di azioni multiple, coerenti e coordinate, per dare a Gioia Tauro e alla Calabria, quel ruolo di volano di sviluppo che avrebbero il diritto di avere a vantaggio proprio e dell’economia dell’intero Mezzogiorno. Gattuso Domenico, Docente di Ingegneria dei Trasporti e Coordinatore Regionale Altra Calabria

LA LETTERA DI DESIRÈE, STUDENTESSA DEL SUD.

data creazione 17/02/2019
Sant’Antonio da Padova bussa alla porta del ministro Bussetti. Tra strani corsi di esorcismo e dichiarazioni shock non è un buon periodo per il ministro dell’Istruzione. La recente istituzione di un corso per addomesticare chiunque possa correre il rischio di essere posseduto dal diavolo effettivamente è uno dei temi per distogliere l’attenzione dai problemi reali dei cittadini, che specie nel Mezzogiorno affrontano i drammi della mancanza di lavoro, dell’emigrazione forzata, dei servizi sociali scadenti. E mentre si ripropone il tema della secessione del Nord a scapito del Mezzogiorno, pubblichiamo integralmente una bella lettera di una studentessa del Sud Desirèe Dangeli, a bacchettare le esternazioni improvvide di un ministro che dovrebbe rappresentare l’intera Nazione e non solo la sua parte potente. Caro Ministro Bussetti, sono una studentessa del sud, vivo nel cuore della Calabria, in quel sud che più di una volta lei e i suoi colleghi avete discriminato. Il mio sud, che è considerato territorio di serie "b", ha tanta dignità e storia da raccontare. Lei, che ha dichiarato "Il sud non si impegna, bisogna lavorare, ci vuole sacrificio e impegno!", cosa ne sa dei nostri sacrifici? Dei sacrifici fatti dai nostri padri, dai nostri bisnonni braccianti, delle lotte delle nostre raccoglitrici per avere un pezzo di pane? Se oggi un figlio di contadino è divenuto avvocato, insegnante o dottore, è solo grazie alle lotte fatte in passato, perché ciò di sicuro non è grazie all'impegno dello Stato. Lei non sa cosa significa avere strutture fatiscenti, fare lezione in classi che non sono degne di essere chiamate tali, in quanto topaie. Non sa cosa significa viaggiare in condizioni di sovraffollamento e avere paura di non arrivare sani e salvi dopo aver preso un autobus, cosa significa tornare a casa la sera con le mani invecchiate dal freddo, con la schiena rotta e le gambe indolenzite. Non sa cosa significa essere sfruttati, avere un salario minimo, aver paura di perdere all'improvviso il posto di lavoro. Non sa riconoscere la paura di un padre per il futuro dei propri figli, la paura di una madre che è disposta a "sacrificare" qualsiasi cosa per vedere la propria figlia o il proprio figlio frequentare la scuola. Già, nel 2019 ancora c'è il rischio che qualcuno rimanga senza un sapere! E sa perché? Non perché non c'è impegno o voglia di fare, ma perché per quelli come lei, che pensano che il sud non abbia bisogno di fondi, la scuola è diventata un optional, la scuola è diventata cosa di pochi e non di tutti, una scuola che state privatizzando, che state rendendo sempre più incapace di dare spazi anche a chi non ha possibilità economiche. Cosa ne sa lei del sud colonizzato, martoriato, del sud a cui gli sono state tolte le proprio ricchezze! Perché le cose non vanno dimenticate, parte della storia viene buttata spesso nel dimenticatoio: si dica che il Settentrione si è arricchito sulle spalle del Meridione, sin dall'Unità d'Italia. Un giorno, il nostro riscatto ce lo avremo, ce lo avremo perché noi "terroni" come voi ci definite, spero che un giorno perderemo la pazienza, perché se il popolo dovesse davvero svegliarsi, lì comincerete a tremare e ad aver paura e magari vi burlerete meno di noi, cosa davvero orribile da parte di un ministro. A tal proposito la inviterei a riacquistare l'onestà politica ed intellettuale, altrimenti non è degno di occupare il posto che lei ha ora. Lo dico a lei e ai suoi cari amici politici: state facendo di questa bellissima scienza, chiamata politica, lo strumento di sconfitta sui deboli, innalzando i potenti e ciò non vi rende umani politicamente.

L’8 MARZO IN OGNI CONTINENTE, AL GRIDO “NON UNA DI MENO” SARA’ SCIOPERO FEMMINISTA

data creazione 06/03/2019
di Marica Guazzora Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo! In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Meno della metà delle donne adulte è impiegata nel mercato del lavoro ufficiale, la discriminazione salariale va dal 20 al 40% a seconda delle professioni, un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità. Lo sciopero è la risposta a tutte le forme di violenza che sistematicamente colpiscono le nostre vite, in famiglia, sui posti di lavoro, per strada, negli ospedali, nelle scuole, dentro e fuori i confini. Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro. Violenza domestica. Discriminazione e violenza sulle donne disabili. Il permesso di soggiorno condizionato al matrimonio. Infiniti ostacoli per accedere all’aborto. Pratiche mediche e psichiatriche violente sui nostri corpi e sulle nostre vite. Precarietà che diventa doppio carico di lavoro e salari dimezzati. Un welfare ormai inesistente che si scarica sul lavoro di cura gratuito e sfruttato nell’impoverimento generale. Contro questa violenza strutturale, che nega la nostra libertà, noi scioperiamo! Scioperiamo in tutto il mondo contro l’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo. Chiamiamo chiunque rifiuti quest’alleanza a scioperare con noi l’8 marzo. Dal Brasile all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi alla libertà di abortire vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e rom. Patriarcato e razzismo sono armi di uno sfruttamento senza precedenti. Padri e padroni, governi e chiese, vogliono tutti «rimetterci a posto». Noi però al “nostro” posto non ci vogliamo stare e per questo l’8 marzo scioperiamo! Scioperiamo perché rifiutiamo il disegno di legge Pillon su separazione e affido, che attacca le donne, strumentalizzando i figli. Combattiamo la legge Salvini, che impedisce la libertà e l’autodeterminazione delle migranti e dei migranti, mentre legittima la violenza razzista. Non sopportiamo gli attacchi all’«ideologia di genere», che nelle scuole e nelle università vogliono imporre l’ideologia patriarcale. Denunciamo il finto «reddito di cittadinanza» su base familiare, che ci costringerà a rimanere povere e lavorare a qualsiasi condizione e sotto il controllo opprimente dello Stato. Rifiutiamo la finta flessibilità del congedo di maternità che continua a scaricare la cura dei figli solo sulle madri. Abbiamo invaso le piazze di ogni continente per reclamare la libertà di decidere delle nostre vite e sui nostri corpi, la libertà di muoverci, di autogestire le nostre relazioni al di fuori della famiglia tradizionale, per liberarci dal ricatto della precarietà. Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni. Queste parole d’ordine raccolgono la forza di un movimento globale. L’8 marzo noi scioperiamo! Il movimento femminista globale ha dato nuova forza e significato alla parola sciopero, svuotata da anni di politiche sindacali concertative. Dobbiamo lottare perché chiunque possa scioperare indipendentemente dal tipo di contratto, nonostante il ricatto degli infiniti rinnovi e l’invisibilità del lavoro nero. Dobbiamo sostenerci a vicenda e stringere relazioni di solidarietà per realizzare lo sciopero dal lavoro di cura, che è ancora così difficile far riconoscere come lavoro. Invitiamo quindi tutti i sindacati a proclamare lo sciopero generale per il prossimo 8 marzo e a sostenere concretamente le delegate e lavoratrici che vogliono praticarlo, convocando le assemblee sindacali per organizzarlo e favorendo l’incontro tra lavoratrici e nodi territoriali di Non Una di Meno, nel rispetto dell’autonomia del movimento femminista. Lo sciopero è un’occasione unica per affermare la nostra forza e far sentire la nostra voce. Con lo sciopero dei e dai generi pratichiamo la liberazione di tutte le soggettività e affermiamo il diritto all’autodeterminazione sui propri corpi contro le violenze, le patologizzazioni e psichiatrizzazioni imposte alle persone trans e intersex. Contro l’abilismo che discrimina le persone disabili rivendichiamo l’autodeterminazione e i desideri di tutti i soggetti. Con lo sciopero dei consumi e dai consumi riaffermiamo la nostra volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un altro modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo sfruttamento della terra, dei territori e dei corpi umani e animali. Con lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo bloccheremo ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne. «Non una di meno» è il grido che esprime questa forza e questa voce. Contro la violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, lo sciopero femminista è la risposta. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo. Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!

PSP, ASIS e ANPI: Sintesi degli interventi dell’importante seminario svoltosi a Caulonia (RC)”Costituzione e autonomie differenziate”. Quale futuro per il Sud?

data creazione 13/04/2019
Dal sito partigianidellascuolapubblica.org - Il 9 aprile 2019 presso la Biblioteca comunale di Caulonia (RC) si è tenuto il convegno “Costituzione e autonomie differenziate” organizzato dall’Associazione Scuola Insegnanti Specializzati, dai Partigiani della Scuola Pubblica e dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Reggio Calabria. Tra i relatori sono presenti: per i Partigiani della Scuola Pubblica, l’Avv.to Gianfranca Bevilacqua, per l’associazione insegnanti specializzati, Mimmo Iacopino, per il Sud che sogna, Francesco Emanuele Capogreco, per l’Associazione Nazionale Partigiani, Sandro Vitale. Presenti al tavolo dei relatori, il Sindaco di Polistena (Michele Tripodi), di Roghudi (Pierpaolo Zavettieri) e di Caulonia (Caterina Belcastro). Ancora al tavolo dei relatori: Federica Roccisano (economista) Vito Pirruccio (dirigente scolastico) Mimma Pacifici (CGIL Locri) e don Pino de Masi referente di Libera antimafia. Ha introdotto il dibattito il moderatore, Prof.re Lucio Ficara, giornalista della Tecnica della scuola che ha dichiarato: “I docenti scolastici saranno dipendenti regionali e non ci saranno aumenti stipendiali neanche per i docenti del nord. Ci saranno invece tutti i problemi che la regionalizzazione comporta“ Interviene Caterina Belcastro, Sindaca di Caulonia, rapprensentando i rischi, le preoccupazioni e le ripercussioni del regionalismo differenziato, sottolineando che ci sarà una sorta “secessione” dei ricchi, una modifica in peius. “Le regioni che oggi sono più ricche, lo diventeranno ancora di più a scapito di quelle povere. Ciò si ripercuoterà inevitabilmente sulla qualità della vita dei cittadini arrecando notevoli pregiudizi soprattutto nella sanità e nell’istruzione. La proposta, che poi è un auspicio, è il rilancio della questione meridionale, ormai cancellata da questo scellerato patto di governo.” Il Prof.re Mimmo Iacopino dell’ASIS ha ringraziato tutti i presenti e ha ribadito l’importanza di portare avanti iniziative di questo tipo per sensibilizzare la popolazione sul tema scottante della regionalizzazione. Sandro Vitale dell’Associazione Nazionale Partigiani, ha dichiarato che la Costituzione scritta dai padri costituenti deve essere il nostro faro e la regionalizzazione frammenta, non unisce questo Paese, già diviso tra nord e sud, e afflitto da annosi problemi che hanno caratterizzato la nostra storia. Infine ha ricordato tutti i tentativi storici di smantellare la costituzione, dal grosso errore del 2001 fino al refererendum renziano del 4 marzo. Poi ha preso la parola la Prof.ssa Gianfranca Bevilacqua che tratta il tema della Costituzione e autonomie differenziate “Il tema di oggi è, ancora una volta, un tema di “abusi” e prevaricazioni, nella forma più odiosa e gretta, perché perpetrata dai ricchi a danno dei “poveri”. Ma attenzione a non pensare che si tratti dell’ennesima lamentatio del Sud, scansafatiche e parassita, ai danni del Nord, alacre e instancabile! Niente di più falso e fuorviante. Cerchiamo insieme di capire perché. L’Autonomia differenziata, erroneamente spesso sintetizzata col termine “sbrigativo” di Regionalizzazione, è un processo avviato da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, cui seguono attualmente altre 11 Regioni, tendente a far sì che esse Regioni possano godere di autonomia e potere decisionale su molte materie di rilevanza costituzionale e, soprattutto, mettere le mani e gestire da sé le risorse economiche e i fondi necessari per attuarle nei rispettivi territori. I meno avveduti, anche meridionali, sono indotti a commentare: “Beh, è giusto così, il Sud e i suoi amm.ri hanno spesso dato dimostrazione di inarginabile incapacità –volendo essere “gentili”!- o, nella più frequente delle ipotesi, di appropriazione indebita di fondi pubblici!” E la falsa informazione, su cui far correre velocemente la propaganda di certo regime, è bell’e confezionata. Ma…non è così. Certo, episodi di tal fatta hanno storicamente connotato la storia dell’uomo, ma al sud, così come al nord. Questa però è un’altra storia, molto meno “raccontata”, perché le forze del Potere, quello cattivo, viaggiano più ad “alta velocità” sui binari dell’ignoranza e della disinformazione. E’, invero, la storia dei “fabbisogni standard”. I fabbisogni standard misurano il fabbisogno finanziario di un ente in base alle caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione residente. È un coefficiente di riparto che esprime, posto pari a 1 il fabbisogno complessivo di uno specifico servizio, la quota di pertinenza di ogni comune, ed è alla base del calcolo e della stima della porzione di risorse, derivante dal gettito fiscale, che lo Stato è chiamato a trasferire e/o restituire alle Regioni per la gestione dei bisogni dei rispettivi abitanti. E’ evidente allora che la loro quantizzazione deve rapportarsi ai bisogni specifici di quelle popolazioni e di quei territori presi in considerazione: in altri termini, e a mero titolo esemplificativo, quanti giovani da istruire, quanti anziani/disabili da assistere, quanta porzione di territori franati e/o alluvionati da mettere in sicurezza. Questi criteri non sembrano però sufficienti al Veneto e al suo Governatore, che ne propongono l’integrazione in proporzione al gettito fiscale, ossia alla ricchezza di quegli stessi cittadini. In pratica, per poter “godere” di certi servizi, non è più sufficiente essere cittadini italiani, ma diventa indispensabile essere cittadini italiani di una regione italiana ricca, così letteralmente ribaltando 1 dei principi fondanti della ns. Costituzione, il principio di uguaglianza sostanziale, la cui attuazione rimane compito precipuo della Repubblica, ex art. 3 II comma., non basta. Risale al ’01 la pronuncia della Corte Costituzionale che ha sentenziato il vuoto normativo afferente alla mancata definizione, a cura dei vari Governi che si sono succeduti, a tutt’oggi, dei LEP, da garantire inderogabilmente e in misura omogenea, a tutti i cittadini italiani, ovunque residenti. E allora, com’è possibile procedere in senso inverso, cioè, se non si conosce ancora l’entità dei lep, come si può correttamente stabilire l’entità delle risorse da erogare alle diverse Regioni? E balza subito evidente l’intento criminoso di certi politici: in 18 anni non si è ancora riusciti a quantizzare i lep, mentre in pochi mesi sono già chiarissimi i contorni del processo di autonomia differenziata sfrenata, tanto da porla come elemento di ricatto per la sopravvivenza dell’esecutivo in carica: “o si fa la regionalizzazione o il governo cade!” Tutto questo è inaccettabile. La regione Veneto rivendica per sé il potere normativo e gestionale esclusivo di tutti i più rilevanti servizi pubblici nazionali, giungendo così al graduale smantellamento di una programmazione infrastrutturale del Paese: la C.i.g., la programmazione dei flussi migratori, la previdenza complementare, la contrattazione nel comparto sanitario, i fondi per il sostegno alle imprese, le Soprintendenze, le valutazioni dell’impatto sul territorio dei vari impianti industriali, le concessioni idroelettriche e stoccaggio gas, le autorizzazioni per le concessioni elettrodotti, gasdotti e oleodotti, la Protezione civ., i VV. del Fuoco, strade, autostrade, porti e aeroporti, la partecipazione alle decisioni relative agli atti normativi comunitari, la promozione all’estero, l’IStat, il CoReCom –da sostituire all’AGCom, le professioni non ordinistiche, e, naturalmente, l’offerta formativa scolastica: la facoltà di scegliere i docenti su base regionale, il diritto di stabilire l’entità dei contributi alle scuole paritarie, i fondi per l’edilizia scolastica, il diritto allo studio, la formazione universitaria, con il definitivo perfezionamento del processo di annientamento della Scuola Una e Pubblica, già iniziato da qualche anno. Ma è evidente che tutto questo niente ha a che fare con un processo, pur accettabile, di “riconoscimento e promozione delle autonomie locali e di ampio decentramento amministrativo”, ex art. 5 Costituzione: questa è vera e propria secessione, in quanto tale assolutamente inammissibile, anzitutto perché contraria alla Costituzione; poi perché perpetrata arrogantemente da chi da sempre ha saccheggiato e impoverito, economicamente e culturalmente; e infine, perché foriera di conseguenze pesantissime e distruttive sull’universo Scuola, da tutelare assolutamente, perché alla base di un futuro “pulito”, impedendone la degenerazione da Istituzione a servizio, da Statale a regionale, da Diritto a servizio aziendalistico, da Libera a neoliberista.” Mimma Pacifici della CGIL Locri, interviene dichiarando che bisogna continuare a parlare con la gente facendo più riunioni possibili perché questo è l’unico strumento che abbiamo per informare la gente. Inoltre ha ribadito che è necessario portare avanti questa battaglia non da meridionalisti ma come problema del paese. Poi Rispetto alla scuola ha ribadito le preoccupazioni manifestate un po’ da tutti, sottolineando però che serve fare una battaglia seria per il tempo pieno obbligatorio. Federica Roccisano (economista) invece sostiene che “Avversare questo tipo di Regionalismo Differenziato deve diventare una missione per ognuno di noi; occorre mobilitare le coscienze e coinvolgere tutti: dal cittadini al rappresentante delle istituzioni. Non possiamo consentire, infatti, che si legittimi un sistema che invece di ridurre le diseguaglianze tra i cittadini le ampilifica, specie se consideriamo quanto sarebbe grave se questo avvenisse nella scuola, la principale agenzia educativa che deve rendere tutti gli studenti uguali, che nella sanità a danno dei più vulnerabili.” Emanuele Capogreco, in rappresentanza del Sud che Sogna invece asserisce che Le autonomie differenziate, il comunemente detto regionalismo, ci mette difronte ad un tentativo di forzare i dettami costituzionali. Il quadro entro cui si muovono le richieste avanzate da alcune regioni di avocare a se maggiori competenze per le materie a legislazione concorrente sono gli articoli 116 e 117 della Costituzione, ma le maggiori autonomie da queste richieste, sembrano un modo per scardinare i dettami dell’articolo 3, in particolare del secondo comma in cui si parla di uguaglianza sostanziale, attraverso la richiesta di autodeterminare materie quali l’istruzione. L’appello lanciato è dunque quello di parlare diffusamente della vicenda scardinando questo intento di acuire le differenze tra le regioni. Poi ha fatto presente che tale atteggiamento spinge ad un individualiamo evidente in cui ciascuno vorrà autogestirsi, un’evidenza presente in tutti gli atti di questo attuale governo. Atteggiamento che si contrappone al carattere invece sociale della nostra carta costituzionale. Se alle autonomie differenziate abbiniamo la scellerata proposta di mutare il sistema fiscale verso una tassazione piatta (flat tax) ci troviamo di fronte ad un quadro in cui a pagare per questa autonomia saranno le fasce più deboli. Urge quindi fare propria questa battaglia senza chiuderla in un confronto nord-sud perché a pagarne le conseguenze più gravi sono appunto i lavoratori di tutta la penisola, sia in terminj di carenza di servizi che di aumento delle tasse. Non é certo un caso che si arrivi oggi a questa situazione, oggi che abbiamo un governo sovranista che parla alla pancia della popolazione. Occorre oltre che diffondere il più possible il meccanismo di questo inganni, fare una proposta piú radicale e chiedere di rivedere gli articoli 116 e 117. Poi ha Preso la parola, il Sindaco di Polistena, Michele Tripodi che, in maniera convinta asserisce “Il disegno di autonomia differenziata pone in campo due ordini di problemi. Il primo di tipo strettamente giuridico, in ordine alla legge di approvazione che introduce nel nostro ordinamento un procedimento legislativo nuovo che sta in mezzo alla legge ordinaria ed alla legge costituzionale. Il rischio é che lo stesso procedimento violi la Costituzione in quanto é legittimo domandarsi come mai non venga data a tutti la possibilità di pronunciarsi con un referendum confermativo sulle intese proposte solo con alcune regioni. Il secondo di tipo politico, in relazione all’opportunitá di avviare processi disgregatori delle identità che amplificano le differenza fra territori ricchi e poveri, che camminano a velocità diverse e sfalsate rispetto alle dinamiche dello sviluppo economico. La politica dell’attuale governo, a cui sarebbe meglio staccare la spina, é quella della contraddizione, della ricerca della divisione per orientare i cittadini verso l’individualismo, verso la ricerca dell’ego che si contrappone a tutto il resto che lo circonda. Da qui il proliferare dell’odio dilagante, dell’intolleranza, del rifiuto della diversità. Infine va fatta una riflessione sul rapporto tra Europa e Costituzione. Questa Europa nata sotto il segno del neoliberismo ed i suoi trattati istitutivi sono incompatibili con la Costituzione italiana, la cui vocazione é stata sempre verso la democrazia, il progressismo, il socialismo. Si veda il pareggio di bilancio innestato in Costituzione che fu una violenza imposta dall’alto. Occorre rivedere questa impostazione altrimenti quando parliamo di regionalismo differenziato acceleriamo solo la frantumazione della Costituzione la quale rischia di non sopravvivere sia alle spinte esogene delle banche e dei grandi gruppi finanziari europei, sia a quelle interne provenienti dalle intese per un‘autonomia differenziata che altro non rappresenta che la secessione dei ricchi.” Infine il dirigente scolastico Vito Pirruccio ha asserito che è importante puntare all’Europa, quindi all’unione europea, perché la disgregazione territoriale non ha senso rispetto al concetto di unione in Europa. don Pino de Masi referente di Libera antimafia ha ribadito l’importanza del rispetto dei valori costituzionali, che in un’ottica di regionalizzazione verrebbero meno. Infine Il Sindaco di Roghudi Pierpaolo Zavettieri ha dichiarato che il regionalismo differenziato è ormai un processo in fase avanzata, purtroppo in continuità con il governo precedente. – “Può essere bloccato o comunque condizionato solo se parte dalle regioni meridionali (comuni, province, regioni, forze sindacali, sociali, produttive, intellettuali, etc.) una forte offensiva politica e culturale che sensibilizzi l’opinione pubblica e le istituzioni della Repubblica, Parlamento in primo luogo. Siccome le regole del regionalismo sono truccate (vedi spesa storica ed altri parametri…) bisogna invertire l’ordine dei lavori. Bisognerebbe prima affrontare il nodo dei LEA e dei LEA (livelli essenziali di assistenza, di prestazione e dei servizi) nel rispetto del dettato costituzionale come garanzia della parità di trattamento e di condizione che danno il senso dell’unità del Paese, e poi le autonomie speciali regionali su materie limitate e ben definite. La sfida della competizione potrebbe essere accettata a parità di basi di partenza, altrimenti sarebbe un suicidio, come nel nostro caso. Anche se la mia parte politica al referendum del 22 ottobre 2017 non é stata fra quelle (dx e sx) che hanno guardato dall’altra parte, appare scontato che la lotta contro questo processo in atto deve essere trasversale e apartitica.”

LA CORRUZIONE NON E’ UNA MALATTIA, E’ UN SINTOMO

data creazione 10/05/2019
Di Domenico Gallo. Dopo 15 giorni di teatrino politico il caso Siri si è risolto nell’unico modo possibile: il Presidente del Consiglio ha attivato la procedura per la revoca del Sottosegretario che sarà disposta dal Presidente della Repubblica con un suo decreto, come prevede la legge. Ma l’allontanamento dall’orizzonte del Governo di un Sottosegretario indagato per corruzione, non ha certo mondato la scena pubblica dai tentacoli della corruzione che, da ultimo, sono emersi a Milano con una virulenza simile a quella disvelata dai PM di Milano con le note inchieste del 1992, passate alla storia con il nome di tangentopoli. “In Lombardia, politici locali e imprenditori si appoggiano, e a volte sono collusi, con cosche della ‘ndrangheta”, presente sul territorio. È emersa infatti una sinergia tra cosche e imprenditori”. Così si è espresso martedì scorso il procuratore di Milano, Francesco Greco, durante la conferenza stampa sulla maxi inchiesta per tangenti che ha portato all’emissione di 43 misure cautelari, con diversi arresti, tra cui alcuni politici locali e imprenditori. I giornali hanno riportato passi salienti dell’ordinanza del GIP, conditi con intercettazioni e video-riprese, dai quali emerge un sistema diffuso di corruzione che coinvolge uomini politici rampanti, imprenditori affaristi e clan della “ndrangheta”. Contemporaneamente le cronache giudiziarie ci informano di procedimenti per corruzione che coinvolgono uomini politici influenti in Umbria, in Calabria ed in Sicilia. Sono passati 27 anni da tangentopoli e l’impressione è che non sia cambiato nulla, salvo che il fine della corruzione realizzata in sinergia con il sistema politico non è più quello di sostenere un partito o una determinata politica, ma semplicemente accumulare ricchezza e potere per un ceto dirigente privo di scrupoli. L’unica cosa positiva che possiamo registrare è che, malgrado le intimidazioni, le leggi e le leggine scritte dagli avvocati dei politici corrotti, le campagne di stampa di demonizzazione, l’indipendenza della magistratura, come fortemente voluta dai Costituenti, ha sostanzialmente retto e consente ancora che si possa effettuare un penetrante controllo di legalità nei confronti degli abusi commessi nell’esercizio di poteri pubblici e privati. Non possiamo stupirci se il livello della corruzione in Italia è rimasto così elevato perché nessuna lezione il sistema politico ha tratto dai fatti del 92; al contrario a più riprese sono stati lanciati furiosi attacchi contro il sistema dell’indipendenza della magistratura, che sono rifluiti solo perché hanno trovato un argine insuperabile nella Costituzione. Quando alcune forze politiche pretendono di legittimarsi o di squalificare i propri avversari, gridando: “onestà, onestà” e proponendo pene draconiane per i corrotti, questa non è la soluzione del problema. E’ sbagliata la ricetta perché è sbagliata l’analisi. La corruzione della sfera pubblica non è una malattia, ma un sintomo. La malattia è una dimensione della politica priva di contenuti, di valori e di ideali. E’ una malattia che, con gradi diversi, colpisce tutti i principali attori politici italiani. Quando la politica è concepita come una gara, fine a sé stessa, per acquisire potere, sottraendolo ad altre bande di competitors, qui sta la radice del male, il cui sintomo ineludibile è la corruzione. Quando i partiti si riducono a comitati d’affari (come succede, per es. quando un’azienda fonda o gestisce un partito), la politica devia dalla sua funzione fondamentale che rimane, pur sempre, quella di organizzazione della speranza. Quando i comitati d’affari ci propongono di svuotare il bene pubblico dell’erario facendo pagare meno tasse ai più ricchi (id est la flat tax), cioè a sé stessi, ci possiamo stupire se emergono episodi di corruzione? Gridare onestà in piazza non è una politica e non ci indica alcun orizzonte verso il quale dirigerci. La corruzione si guarisce curando la malattia, cioè restituendo senso alla politica, ricostruendo la capacità della politica di progettare un percorso verso quel luogo dove siano insediate l’eguaglianza, la giustizia sociale, il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali, la fratellanza, la pace.

IL PRIMO MAGGIO, IN OCCASIONE DELLA FESTA DEI LAVORATORI, LA PIATTAFORMA BERLINGUER IN PIAZZA SU SANITA', LAVORO, DIRITTI

data creazione 26/04/2019
Il primo maggio si svolgerà a Polistena in Piazza della Repubblica alle ore 18.00 un'importante iniziativa promossa dalla neonata Piattaforma Berlinguer e dall'associazione parallela Generazione.com. Si discuterà all'aperto di temi sociali di assoluta attualità. SANITA', LAVORO, DIRITTI, saranno gli argomenti trattati da cui partirà un confronto tra i relatori invitati. Interverranno Nino Bartuccio, testimone di giustizia e già Sindaco di Rizziconi impegnato sui temi della legalità e della lotta alle mafie, Niky Cordopatri primario radiologo presso l'ospedale di Polistena ultimamente alle prese con ritmi di lavoro estenuanti per assicurare la continuità dei servizi ai cittadini, Domenico Macrì, lavoratore del porto di Gioia Tauro e sindacalista dell'Or.S.A protagonista delle recenti vertenze aperte sui paventati licenziamenti al porto, Pino Romeo urbanista ed ambientalista da sempre attivo nelle grandi campagne per la difesa ambientale e paesaggistica del territorio, Fabio Scionti sindaco di Taurianova che porterà testimonianza sul reparto di dialisi attivo a Taurianova e da mantenere poichè l'unico del territorio, Lorenzo Sibio presidente di LegaCoop Calabria, persona impegnata da tempo sui temi dei diritti sociali e nel mondo cooperativo. Modererà il dibattito Anna Villì, componente dell'associazione Generazione.com. Concluderà il confronto in piazza il Sindaco di Polistena Michele Tripodi promotore della piattaforma Berlinguer ed in prima linea da sempre nelle battaglie per la tutela del diritto alla salute, per il rilancio dell'ospedale di Polistena e della sanità pubblica. La data scelta per l'iniziativa non è casuale, il primo maggio è infatti il giorno in cui si celebra la ricorrenza della Festa dei Lavoratori. E' necessario, per noi della piattaforma Berlinguer, strumento di partecipazione aperto e nuova forma organizzata di aggregazione politica, restituire senso e significato a questa giornata. Il primo maggio, festività che fino a qualche anno fa qualcuno aveva tentato di sminuire proponendone addirittura la sua abolizione, rappresenta infatti una conquista ottenuta a seguito delle lotte per l'affermazione dei diritti. E' dovere di tutti oggi, in una situazione di grave deficit di democrazia e di diritti, riprendersi la piazza per rendere onore ai lavoratori ed a tutti coloro che nella società attuale subiscono nel silenzio ingiustizie, precarietà, disoccupazione, forme di sfruttamento subdole e palesi. Ci aspettiamo, per tali ragioni, una grande partecipazione all'iniziativa da parte di cittadini, lavoratori, disoccupati, giovani, pensionati che hanno a cuore le sorti della sanità territoriale e che, al contempo, si battono per costruire condizioni di sviluppo economico diverse. Sanità e lavoro rimangono storicamente i punti deboli del territorio e gli argomenti principali ed attuali della mai chiusa Questione Meridionale.

LA VIGILIA DELLA GUERRA

data creazione 05/04/2019
Di Domenico Gallo. Questa settimana è maturato il settantesimo anniversario del Patto Atlantico, stipulato a Washington il 4 aprile 1949. Sulla stampa italiana non sono mancati i panegirici sulle virtù salvifiche della NATO. Trattandosi di atti di fede, non sono comparsi dubbi di sorta, soprattutto nessuno si è interrogato sulla legittimità o sull'utilità della guerra aerea condotta dalla NATO contro la Jugoslavia, di cui il 24 marzo ricorreva il ventesimo anniversario. Lasciamo perdere Gladio; lasciamo perdere la strategia della tensione; lasciamo perdere il silenzio sull'abbattimento del DC9 di Ustica; ma non possiamo ignorare che "la svolta" che ha modificato il ruolo della NATO con l'intervento in Jugoslavia è stata frutto di una preparazione e di un condizionamento del nostro Paese per nulla scontato, i cui retroscena sono rimasti avvolti nell'ombra. Quando il pomeriggio del 24 marzo 1999 il Parlamento italiano è stato informato dal Governo che l'azione della NATO era iniziata, i bombardieri erano già in volo, la macchina da guerra si era messa in moto secondo un progetto predisposto e reso operativo da tempo, e la politica non avrebbe potuto fare niente per arrestarla. E' legittimo chiedersi quando è maturata questa irreparabilità, quando e da chi sono state compiute le scelte politiche che hanno reso il ricorso alla guerra ineluttabile? Orbene, per quanto si sia trattato di un processo politico, con una serie di avvenimenti concatenati fra di loro, un punto di svolta c'è stato ed è possibile risalire ad esso. Fu la decisione assunta il 12 ottobre 1998 dal Consiglio dei Ministri del Governo Prodi, dopo la sfiducia, (votata dalla Camera il 9 ottobre), relativa adesione dell'Italia al c.d. "Activation order ", mettendo a disposizione della NATO le proprie basi. Il giorno successivo, il 13 ottobre, il Segretario Generale della NATO Solana emanò l'activation order, conferendo al Comandante militare, gen. Clark, il potere di ordinare attacchi armati contro la Repubblica federale Jugoslava. Quel giorno la macchina da guerra della NATO accese i suoi motori ed iniziò la vigilia della guerra. Come e attraverso quali percorsi politici si arrivò a quella svolta? Durante il Governo Dini (1995/1996), fu stabilito che la NATO non aveva legittimità a ricorrere a misure comportanti l'uso della forza senza la preventiva autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, come del resto prevede la Carta delle Nazioni Unite. Questa posizione fu ereditata dal Governo Prodi e lo stesso ministro degli esteri Dini la mantenne in piedi come posizione ufficiale della Farnesina in dichiarazioni pubbliche e comunicati stampa, fino al settembre del 1998. Nel corso della primavera/estate del 1998, si sviluppò un dibattito sulla possibilità che la NATO intervenisse militarmente nel Kosovo, anche in assenza di una formale autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza. Tale dibattito nascondeva un conflitto politico durissimo fra Stati Uniti e Gran Bretagna (che sostenevano la tesi della legittimità del ricorso alla forza) e l'Italia che continuava ad opporsi. Sorse allora per l'Alleato americano l'esigenza di provocare un mutamento di Governo in Italia per ottenere una maggioranza più omogenea alle esigenze belliche della NATO. Poiché non si poteva correre il rischio di nuove elezioni, il cui esito non sarebbe stato prevedibile, la scelta fu di trovare una maggioranza di ricambio che potesse fare accrescere il tasso di "fedeltà atlantica" dell' Italia, sostituendo Rifondazione comunista con forze più omogenee alla NATO. A quel punto fu attivato il più autorevole dei terminali della CIA nel sistema politico italiano, l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l'uomo di Gladio. Nella primavera del 1998 Cossiga, utilizzando la sua influenza sul sistema politico italiano, riuscì a staccare una frazione di deputati e senatori dal centro destra, fondando l'Udeur, con il dichiarato scopo di far nascere una nuova maggioranza politica che sostituisse quella basata sull'alleanza dell'Ulivo più Rifondazione e guidata da Prodi. Sul Foglio del 4 ottobre 2000 Carlo Scognamiglio, Ministro della Difesa in carica durante la guerra, polemizzando con James Rubin, l'ex portavoce dell'allora Segretario di Stato, Madeleine Albright, si lasciò sfuggire: "A Rubin sfugge che in Italia avevamo dovuto cambiare governo proprio per fronteggiare gli impegni politici-militari che si delineavano in Kosovo...Prodi ad ottobre aveva espresso una disponibilità di massima all'uso delle basi italiane, ma per la presenza di Rifondazione nella sua maggioranza non avrebbe mai potuto impegnarsi in azioni militari. Per questo il senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo chiaro con l'on. D'Alema (..): l'Italia avrebbe dovuto fare esattamente ciò che la NATO avrebbe deciso di fare." Questo è esattamente ciò che l'Italia ha fatto.

C’È UN POSTO IN ITALIA, DOVE SI PRENDE AI RICCHI PER DARE AI POVERI

data creazione 13/02/2019
C’È UN POSTO IN ITALIA, DOVE SI PRENDE AI RICCHI PER DARE AI POVERI Esiste un comune in provincia di Reggio Calabria che ha fatto prevalere l’interesse pubblico sulle logiche di mercato. Si chiama Polistena, conta 11 mila abitanti e si trova nel cuore della Piana di Gioia Tauro. Mai sciolto per mafia, Polistena è simbolo delle lotte per la legalità e contro la ndrangheta. Oggi è retto da un’Amministrazione a cui non piace definirsi di sinistra. Meglio chiamarla “popolare” perché il suo Sindaco in carica, Michele Tripodi, da circa nove anni alla guida del comune, è comunista (per davvero) come sta scritto sul suo profilo twitter e come lo sono gran parte dei suoi componenti. Questo comune del profondo Sud, dopo una lunga battaglia politica e giudiziaria, è riuscito ad avere la meglio su una delle multinazionali dell’energia, l’Enel. Enel distribuzione, società satellite del gruppo Enel spa, gestisce praticamente in regime di quasi monopolio, tutti gli impianti a rete per la distribuzione di energia elettrica sparsi sull’intero territorio nazionale. Dal 2013, l’Amministrazione popolare di Polistena ha deciso che ogni società che rompe e scava le strade comunali, debba versare al comune oltre alla TOSAP una tassa nuova e pressochè sconosciuta alla gran parte degli amministratori locali, il cosiddetto canone patrimoniale non ricognitorio. Istituito per legge, ai sensi del Codice della Strada, il canone costa a Polistena 8 euro al metro per i servizi sottostradali e le cabine. All’anno, Enel paga per ben 16,590 Km di rete, una somma che vale 130.000 Euro iscritta a bilancio comunale. E per i tempi di magra che affliggono gli enti locali non è poco. Ma prima di contare i soldi all’incasso, il Comune di Polistena ha dovuto faticare. Una prima sentenza della II sezione del Consiglio di Stato del 18 gennaio 2017 su un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica presentato da ENEL, ha stabilito di principio che il canone fosse dovuto. Poi la nuova resistenza in giudizio dell’ENEL alle procedure di riscossione legittimamente avviate dal Comune. Solo pochi giorni fa dopo il pronunciamento della Corte d’ Appello di Reggio Calabria, l’ENEL ha pagato una parte delle somme arretrate, 300.000 euro circa. Mancano ancora altri 480.000 dovuti per l’azzeramento dei canoni pregressi. Polistena, sia pure piccolo comune del Mezzogiorno, fa scuola all’Italia ed apre la strada ad una fiscalità innovativa su scala territoriale. Dalle politiche delle privatizzazioni da Maastricht in avanti, per la prima volta, giunge un segnale di discontinuità, piccolo ma importante. Vincono finalmente i cittadini e le loro istituzioni rappresentative su privati e società che per erogare i loro servizi spesso hanno fatto il bello e cattivo tempo, talvolta anche vessando malcapitati enti, aziende e singoli utenti. “Pecunia non olet. Sed Polistena vicit”. https://www.italiagenerazione.com/index.php/component/k2/item/52-canone-non-ricognitorio-2019

LIBRO E MOSCHETTO

data creazione 09/03/2019
Di Domenico Gallo. Scene di tripudio hanno accompagnato mercoledì scorso alla Camera l’approvazione del disegno di legge che reca “modifiche al codice penale e altre disposizioni in materia di legittima difesa”. Con la Lega hanno esultato i deputati di Forza Italia e di Fratelli d’Italia che hanno innalzato numerosi striscioni con la scritta “finalmente una cosa di centro-destra”. Certamente la destra si è sempre battuta per le “liberalizzazioni”, intese come allentamento delle regole che soffocano l’iniziativa privata, che una norma “sovietica” della Costituzione italiana pretende di subordinare alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Però a tutto c’è un limite. Non ci saremmo mai aspettati che i fautori della deregulation arrivassero a rivendicare la liberalizzazione dell’omicidio. Perché di questo si tratta. Stabilire per legge che in caso di violazione di domicilio sussiste sempre il rapporto di proporzionalità fra l’offesa ricevuta e la reazione dell’aggredito, significa legittimare l’omicidio, tanto più che la norma che punisce l’eccesso di legittima difesa è stata neutralizzata dalla previsione di non punibilità di chi ha agito “in stato di grave turbamento”. Si dà il caso che il principio della proporzione fra l’offesa e la difesa è un principio antichissimo, che precede lo Stato liberale e che viene riconosciuto anche negli ordinamenti autoritari. Non a caso le regole che autorizzano la reazione violenta del soggetto minacciato nel caso di legittima difesa sono state scritte dal Ministro guardasigilli di Mussolini, Alfredo Rocco, ed inserite nel codice penale del 1930. Adesso che è stato scardinato l’istituto della legittima difesa scolpito nel codice Rocco, sarebbe molto semplice obiettare che si tratta di disposizioni incostituzionali, destinate a cadere sotto il maglio della Corte costituzionale, anche alla luce della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo che ammette la liceità dell’uccisione di una persona da parte del soggetto aggredito soltanto ove tale comportamento risulti “assolutamente necessario” per respingere una violenza illegittima in atto contro una persona (art. 2, comma 2) e non una mera aggressione al patrimonio. In realtà dal punto di vista pratico la norma ha scarsissima influenza, perché si contano sulle dita di una mano i processi per eccesso di legittima difesa. L’unico processo assorto all’onore delle cronache fu quello per l’omicidio del centrocampista della Lazio Luciano Re Cecconi, che fu ucciso il 18 gennaio 1976 da un colpo di pistola sparato da un gioielliere che temeva di essere rapinato, salvo scoprire subito dopo che si trattava di uno scherzo. Purtroppo le pistole sono oggetti stupidi, non capiscono lo scherzo. Allora bisogna chiedersi: perché tanta enfasi per una riforma che ha un effetto pratico quasi nullo nelle vicende del processo penale, dove sta il valore aggiunto? In realtà la riforma della legittima difesa è una riforma pesante perché ha un alto valore simbolico. Abbatte un vero e proprio tabù nella cultura popolare: il rispetto della vita umana. Si tratta di una riforma che ha senso solo da un punto di vista educativo, anzi dis-educativo. Insegna il ricorso alla violenza, a farsi giustizia da sé, senza scrupoli e senza limiti. Come ha fatto quell’imprenditore di Piacenza condannato per tentato omicidio di una persona che si era introdotta nel suo cantiere per rubare del gasolio. Le indagini della procura di Piacenza hanno stabilito che l’intruso fu immobilizzato, costretto a inginocchiarsi ed ebbe la testa sbattuta contro i sassi, a quel punto l’imprenditore esplose un colpo di lupara a distanza ravvicinata. Non a caso il nostro Ministro dell’Interno si è recato in carcere per esprimere solidarietà con il condannato, in spregio ai perfidi giudici, ed invocare la grazia. E’ il potere che insegna ai cittadini la cultura del linciaggio, quella che animava gli eroi del Ku Klux Klan nel dare la caccia all’uomo nero. L’Italia del rancore ne uscirà inorgoglita ed esaltata. Anche in passato il potere insegnava ai giovani la cultura delle armi: libro e moschetto, fascista perfetto. Ma almeno c’era il libro, adesso ogni riferimento all’istruzione è stato giustamente eliminato: pistole e lupare per chi di odio vuole campare.

ELEZIONI SARDEGNA: IL PECORINO AFFONDA IL PARTITO DEMOCRATICO

data creazione 25/02/2019
Massimo Zedda è stato un buon amministratore a Cagliari. Ma di questi tempi non basta. Stare in coalizione con il Partito Democratico non è un buon affare. Con i pastori sardi in rivolta per il prezzo del latte diventa un peccato imperdonabile guidare una coalizione reduce di cinque anni al governo della Sardegna. Così le elezioni regionali dell’isola, per le quali gli exit-poll erroneamente davano un testa a testa tra i due poli di centrodestra e centrosinistra, si trasformano in un de profundis per tutti coloro che speravano nella vittoria di Zedda per rilanciare il centrosinistra e con esso, ciò che ancora rappresenta il Partito Democratico. Eppure la bassa affluenza lasciava immaginare presagi diversi. Il voto quasi plebiscitario premia con numeri inaspettati il rivale Christian Solinas quasi al 50%, a capo di una coalizione di centrodestra con dodici liste ed un esercito di candidati in più rispetto alle otto liste a sostegno di Zedda. I numeri contano, eccome, specie quando il campo di battaglia è circoscritto ad ambiti territoriali ristretti. Dapprima l’esito del voto in l’Abruzzo ha lanciato l’allarme di una tendenziale ondata fascistoide che sta attraversando l’Italia facendo avanzare le destre più aggressive e pericolose. La Sardegna ora conferma di gran lunga questa triste e sconcertante epoca storica vissuta dalla nostra Repubblica. Altra prova inconfutabile è la timida prestazione del M5Stelle che nella tornata sarda supera di poco il 10% proprio perché la sua proposta politica dell’”uno contro tutti” non è più così originale e credibile. Accordarsi infatti con la Lega sottoscrivendo un contratto di Governo sbilanciato sui capricci dell’alleato Salvini, del quale prima i grillini gridavano peste e corna, non ha portato maggiori consensi. Tutt’altro. In politica i peccati si pagano ma gli errori di più. Tornando a sinistra, se si spera ancora di potersi affidare al PD, che più degli altri ne ha tradito i valori, vuol dire che le lezioni della storia pesano meno delle cocenti recenti sconfitte. Questa classe dirigente che ha fatto sprofondare un patrimonio nazionale di valori, ideali e militanti ha solo una cosa da fare: il dovere morale di sparire. Diversamente più in basso rimane che scavare. E si scaverà fin quando una nuova generazione politica emergente non vorrà venire fuori, lontana dai metodi, dagli apparati, dai personaggi che ne hanno alienato la presenza tra la gente e le simpatie popolari, in particolare privando il popolo di sinistra della voglia di continuare a combattere.

IL PROCESSO E GLI UMORI DELLA FOLLA

data creazione 22/02/2019
Affidare la sorte di un processo penale agli umori della folla non è il migliore viatico per la giustizia, come ben sa chi ha nel proprio DNA la figura di Pilato, giudice intriso dai dubbi, che affida alla massa la scelta della condanna a morte di Gesù e se ne lava le mani. In questa singolare consultazione sulla concessione dell’ autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro dell’Interno, imputato di sequestro di persona aggravato nei confronti dei 177 profughi recuperati in mare dalla nave “U.Diciotti” della Guardia Costiera, Di Maio potrebbe passare per Ponzio Pilato: dovendo decidere, affida la scelta al “suo popolo”. In realtà, più che a Pilato, Di Maio assomiglia a Caifa: egli ha aizzato la folla a schierarsi contro il processo proclamandosi corresponsabile del misfatto, facendo così da schermo con il suo corpo ai dardi scagliati dai magistrati. Ha scritto Marco Travaglio nel suo editoriale del 19 febbraio: “Siccome qualcuno aveva evocato il primo referendum processuale della storia, quello indetto da Ponzio Pilato fra Gesù e Barabba, possiamo tranquillamente dire che qui mancava Gesù. Ma ha rivinto Barabba.” “Certo, – prosegue Travaglio – qualcuno avrebbe votato diversamente se il caso Diciotti fosse stato presentato sul blog in maniera corretta e veritiera, e non nel modo menzognero e truffaldino studiato apposta per subornare gli iscritti (il No per il Sì al processo, e viceversa; il quesito cambiato in corsa ieri mattina per blindare ancora meglio il Sì all’impunità; il sequestro di persona spacciato per un banale “ritardo nello sbarco”; l’invocazione del salvacondotto per “l’interesse dello Stato”, del tutto sconosciuto alla norma costituzionale, che consente – il no al processo solo in caso di “interesse pubblico preminente” o “costituzionalmente rilevante”)”. In questo modo il movimento 5S avrebbe rinnegato la sua stella polare della legge uguale per tutti. Tuttavia la rilevanza politica, morale e giuridica del voto al Senato sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro dell’Interno non può essere ricondotta nei binari del conflitto sui privilegi della casta. Il tema è un altro, quello degli abusi del potere: se sia cioè ammissibile che coloro che esercitano poteri politici e amministrativi possano operare condotte che – violando la legge – ledano i diritti fondamentali delle persone, come il diritto alla libertà personale garantito dall’art. 13 della Costituzione. Il fine politico della condotta rende forse meno grave l’offesa ai diritti inviolabili delle persone? Qui non c’è il problema dell’immunità del singolo come privilegio, c’è il problema se l’esercizio dei poteri politici debba incontrare il limite del rispetto dei diritti fondamentali o possa svincolarsene. Dietro quest’interrogativo c’è una domanda ancora più profonda. Dal momento che è stata posta in essere una politica che, attraverso provvedimenti legislativi, amministrativi e persino omissioni di atti dovuti (come nel caso della Diciotti), ha assunto la discriminazione come proprio battistrada, dietro quest’insensibilità per la persecuzione degli stranieri, non si intravede forse il ripudio dell’eguaglianza come valore universale? Allora il voto sulla piattaforma Rousseau non riguarda l’eguaglianza di fronte alla legge, ma lo status di non eguaglianza attribuito ai migranti da una politica miserabile e xenofoba: ci richiama alla mente il grido antico di quella folla aizzata dai sacerdoti del tempio: crucifige! di Domenico Gallo

UN GIORNO DA PECORA? NO, DA PASTORE SARDO

data creazione 16/02/2019
Il fascino della divisa indossata a più riprese dal Ministro Salvini non sempre fa colpo, non ha ipnotizzato i pastori sardi imbestialiti ed impoveriti da anni di politiche economiche che hanno svalutato la loro produzione. Nemmeno la “bestia” ha funzionato a dovere. Questa volta il sistema informativo brevettato dalla Lega che carpisce preventivamente gli umori e i comportamenti delle persone, non ha saputo intercettare prima del tempo le reali volontà dei pastori sardi. E così è stata rispedita al mittente l’offerta indecente del Ministro Salvini di aumentare di 10 centesimi il prezzo del latte e ritirare dal commercio 67mila quintali di pecorino romano, al fine di riequilibrare il dislivello tra domanda e offerta sul mercato del formaggio. Il rimedio del Ministro, il quale si era sbilanciato, annunciando la soluzione del problema in meno di 48 ore non ha spento gli animi dei produttori di latte, i quali con gli attuali 60 centesimi/litro non ce la fanno più a coprire i costi reali. Neanche 70 centesimi bastano ai pastori che, stando a quanto riferito da Salvini, dovrebbero attendere almeno altri tre mesi prima di raggiungere l’auspicato traguardo di 1 Euro per ogni litro di latte. A corredo della vignetta che vede Salvini indossare i panni del pastore con il bastone in mano, l’AGCM, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, sembra abbia aperto un procedimento per abuso di posizione dominante nei confronti del Consorzio del pecorino romano. Il consorzio formato da 32 imprese che avrebbe dovuto non solo tutelare il marchio ma pure la filiera produttiva, compresi i produttori di latte, è accusato di aver imposto prezzi troppo bassi ai pastori, ormai alle strette. Il provvedimento è tardivo e potrebbe non risolvere alcun problema visto che il più delle volte procedimenti analoghi si concludono con richiami, sanzioni e multe, inefficaci a poter incidere sulla realtà. La storia dei pastori e del latte sottopagato risale al 2003, a quando cioè 5.000 persone manifestarono davanti al Consiglio Regionale di Cagliari. La protesta si spostò di lì a poco fuori dalla Sardegna raggiungendo in più occasioni Roma e pure la borsa di Milano finchè nel 2014 il pecorino romano sarebbe salito di quotazione portando benefici all'intera filiera produttiva. Ma dopo quel boom temporaneo ecco che il prezzo del latte litro si dimezza passando dal picco di € 1,25 a € 0,60 di oggi. I pastori sono di nuovo in ginocchio e lo devono alle ferree leggi del mercato classico, liberista, che non è stato mai sconfessato dall’attuale Governo e quelli precedenti in linea con le sue regole. Respingere il “pacco” della proposta di Salvini è pertanto un dovere dei pastori e di ogni persona di buon senso che crede ancora nel frutto del lavoro, motivo per continuare a lottare evitando ulteriori mortificazioni della propria dignità e dei propri sacrifici.

LA CRISI DEL CONCETTO DI SVILUPPO

data creazione 04/04/2019
Di Giancarlo Nobile. Viviamo in piena crisi ecologica e bisogna innanzitutto riscoprire e praticare dei limiti, rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione sulla biosfera, ogni forma di violenza). Un vero regresso rispetto al 'più veloce, più alto, più forte''. Difficile da accettare, persino da dirsi. Tant'è che si continuano a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di sviluppo sostenibile o di crescita qualitativa, ma non quantitativa, salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare il concetto fiume dell'inversione di tendenza. Ed è invece proprio quello che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia. Non possiamo moltiplicare per 5/6 miliardi l'impatto ambientale medio dell'uomo bianco e industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che un quinto dell'umanità possa continuare a vivere a spese degli altri quattro quinti, oltre che della natura e dei posteri. Il recupero del sistema terrestre è il grande compito della nostra generazione, ma questo si può ottenere solo attraverso un radicale cambiamento, una profonda riconversione sociale ed economica. E' questa la società sostenibile per un rapporto armonico tra il sistema antropico e quello naturale. Il grande nemico da battere è il modello dello sviluppo economico che ormai alberga nelle nostre menti. Siamo stati mentalmente inquinati dalle leggi economiche, da modi di essere, che invitano permanentemente e continuamente a dare l'assalto a tutto ciò che ci circonda (acqua, aria, minerali, fonti di energia, foreste viste esclusivamente come risorse da sfruttare). Ci hanno spiegato che questo è lo sviluppo e che lo sviluppo è la cosa più lodevole a cui bisogna ispirare; che il possedere merci è il miglior mezzo per conseguire la felicità. Sappiamo quanto sia difficile qualsiasi tentativo di cambiare la situazione vigente. Il disinquinamento mentale è il più difficile di tutti perchè invita a pensare e pensare è faticoso e fa paura. Ma occorre attrezzarsi, agire. Convincere che: pensare con la propria testa è bello e fa bene a noi e a tutto ciò che circonda. Ma le resistenze in difesa del concetto di sviluppo sono ancora forti c'è chi bizantinamente, moderno cercatore del sesso degli angeli, va cercando di trovare la differenza tra il concetto di crescita e quello di sviluppo. E' questa la ricerca di una distinzione lessicale che tende soltanto a dilatare nella pratica la distanza economico-produttiva tra i due termini. Salvando così non solo nominalmente, ma sostanzialmente un modello economico che al concetto di sviluppo si rifà comunque e che ha avuto nei suoi vari momenti sempre questa etichetta per indicare i vari piani, ma che è entrato anche nel linguaggio comune come ad esempio 'paesi in via di sviluppo', 'processi di sviluppo', occasione per lo sviluppo'. Nella relazione della Commissione Speciale per l'Ambiente e Sviluppo delle Nazioni Unite da cui nacque il rapporto 'Il futuro di tutti noi' fu inventato un nuovo concetto di sviluppo, fatto proprio dal mondo politico ed economico, esso era lo 'sviluppo sostenibile' visto come uno sviluppo che sia in grado di soddisfare le esigenze del mondo contemporaneo senza compromettere la capacità delle generazione future di far fronte ai propri bisogni. In definitiva era l'accettazione del modello socio-economico che ci sta portando alla catastrofe con qualche aggiustamento di facciata. Possiamo accettare il concetto di sostenibilità come fattore di giustizia nei confronti delle generazioni future (equità intergenerazionale), e nello stesso tempo come eguaglianza fra le componenti di quella presente (equità intragenerazionale). Si tratta in definitiva, non di un processo di arretramento ma l'estensione spaziale e temporale del concetto di equità all'interno processi economici. Inoltre, ed e questo l'aspetto essenziale, la sostenibilità cerca un equilibrio costante con i cicli e i vincoli naturali del sistema terra. Va invece rigettato invece il concetto di sviluppo; in natura tutto tende ad una armonia dinamica non ad una crescita o sviluppo. Dunque ecco che nasce il concetto di 'società sostenibile'. La sostenibilità l'abbiamo vista prima; il concetto di società, che prende il posto di quello pericoloso di sviluppo, implica che tutti i componenti del sistema terra formino una 'società' in cerca costante di un equilibrio vitale in un reciproca interrelazione. Abbiamo dunque bisogno di un benessere completamente diverso: un benessere che non sia, come è visto nell'ottica sviluppista, come un ben-avere ma sia un ben-essere ecologicamente compatibile tra bisogni fisici e psichici e l'ambiente in cui siamo inseriti e di cui facciamo ineluttabilmente parte.

IL CORAGGIO DI NEWSON

data creazione 17/03/2019
Di Domenico Gallo Ogni tanto uno squarcio di sole trafigge le nuvole cupe che incombono sul nostro cielo. E’ di questi giorni la notizia che il Governatore della California, ex sindaco di San Francisco, Gavin Newsom, ha deciso di sospendere la pena capitale nel suo Stato ed ha bloccato l’uccisione di 737 persone attualmente detenute nel braccio della morte, con la conseguente chiusura della “camera della morte” di San Quintino. I giornali ci informano che in California si concentra un quarto del totale USA dei condannati a morte, circa 3.000 persone, in attesa dell’iniezione legale. L’impegno del Governatore democratico Newsom è di impedire tutte le esecuzioni durante il suo mandato dal momento che non ha il potere di abolire la pena di morte: glielo vieta la volontà popolare. Infatti negli ultimi sei anni ci sono stati due referendum sull’abolizione della pena di morte e ogni volta i cittadini californiani hanno votato per mantenerla. Indubbiamente Newsom ha dimostrato un grande coraggio politico sfidando gli umori popolari in un paese, ostaggio della violenza, in cui non è mai tramontata la cultura del linciaggio. La dimensione di questo strappo è stata immediatamente colta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che su Twitter ha espresso il proprio disappunto: “Sfidando gli elettori, il governatore della California bloccherà l’esecuzione di 737 assassini a sangue freddo. Gli amici e i familiari delle vittime dimenticate non ne sono entusiasti, come non lo sono io!”. Trump ha messo le carte in tavola, rivendicando il consenso popolare che ancora assiste la pratica della pena di morte. Su questo consenso, che si spinge fino ad organizzare scene di tripudio all’esterno dei penitenziari ogni volta che viene eseguita un’esecuzione, molti uomini politici hanno costruito le proprie fortune elettorali. Alcuni anni fa il Segretario generale di Amnesty International, di ritorno da una visita nel Texas, ebbe a dichiarare: “Le carriere politiche qui nel sud si costruiscono anche sul numero di condannati che uno ha messo a morte. “Votate per me, manderò a morte più condannati del mio rivale.” Del resto la logica intrinseca della pena di morte è quella della massima strumentalizzazione della persona umana per perseguire un fine politico. Si infligge la morte per scoraggiare comportamenti umani che vengono percepiti come dannosi per la comunità. Così, se negli Stati Uniti si infligge la morte per scoraggiare gli omicidi, in Cina per scoraggiare la corruzione, in Arabia ed in Iran si può mettere a morte per adulterio o per apostasia (le cronache ci raccontano che in Iran una ragazza di 16 anni è stata impiccata per “atti contrari al principio di castità”). In tutti questi casi il meccanismo è identico: si attua la massima strumentalizzazione della persona, privandola della vita e trasformandola in cosa, per impartire indicazioni di comportamento ai consociati. E’ il vecchio meccanismo della vittima sacrificale. Negli Stati Uniti questa vittima è utile anche per rafforzare le carriere politiche. In fondo a questo meccanismo c’è una concezione utilitaristica dei diritti dell’uomo. La persona non è un valore di per sé (come insegna la Costituzione italiana): i diritti umani possono essere cancellati se questo torna utile alla società, alla religione dominante o al potere. In questo contesto la sfida lanciata da Newsom al suo stesso elettorato è un evento di enorme portata politica, perché rovescia il paradigma del populismo penale e provoca il corpo sociale ad un ripensamento valoriale, mettendo in crisi la cultura della vendetta (evocata da Trump). A differenza dei messaggi dei politici italiani che coltivano il rancore sociale, quello di Newsom è un messaggio educativo destinato a fare scandalo e, proprio per questo, a provocare un risveglio delle coscienze. Noi non possiamo che augurare al Governatore Newsom di essere rieletto e ai suoi avversari di incappare in qualche scandalo sessuale che demolisca la loro popolarità.

ANCHE A CROTONE SBARCA LA PIATTAFORMA BERLINGUER

data creazione 16/03/2019
ANCHE A CROTONE SBARCA LA PIATTAFORMA BERLINGUER

VOTO ABRUZZO: L'UNICO SCONFITTO E' IL PARTITO DEMOCRATICO

data creazione 11/02/2019
Se non fosse che Marco Marsilio è un presidente in quota Fratelli d’Italia (Meloni), Lega e Movimento Cinque Stelle potrebbero governare da soli la Regione Abruzzo con una maggioranza parallela. È questo il dato politico e numerico che viene fuori dalle urne abruzzesi. Il resto è propaganda. Il centrodestra infatti ha eletto il Presidente della regione Abruzzo, sostenuto praticamente dalla stessa coalizione di governo che il 4 marzo scorso si presentò agli elettori italiani. Il 28% della Lega e l’ingresso di dieci deputati regionali leghisti in regione Abruzzo annichiliscono gli alleati, facendo interrogare tutti sul reale senso e sulla tenuta della democrazia nel nostro Paese. Primo dato. Il 53% di votanti, praticamente la metà degli aventi diritto che nemmeno si preoccupa più di andare a votare. La prima analisi è sul forte astensionismo che testimonia lo scollamento tra popolo e istituzioni. Segno che invocare sempre e comunque la rappresentanza istituzionale non equivale a misurare la democrazia reale. Poi c’è da dire che la Lega, capitanata dal suo duce in versione social, ha ormai passato il Rubicone da tempo. Cresce a dismisura anche scendendo geograficamente verso Sud, in modo uniforme e pericoloso, ipotecando la leadership di una coalizione di centrodestra che paurosamente si presenta come unico antidoto possibile alla presenza grillina. Bel guaio. Il Movimento cinquestelle in Abruzzo non ha sfondato, vero. Ma certamente non si può affermare che il suo 20% sia da buttare. Tutti i commentatori del risultato sparano a zero sulla mancata tenuta del partito di Grillo parlando di flop, addirittura cercando di salvare il centrosinistra che al seguito del suo candidato presidente aveva ben otto liste collegate! Il dato elettorale è un altro invece e va letto tutto, dalla testa ai piedi, considerando che i grillini correvano da soli e con l’insidia del voto di preferenza tradizionalmente legato all’aplomb dei singoli candidati. Sette seggi ai grillini che dopo la Lega sono la seconda forza presente in Consiglio Regionale d’Abruzzo. In teoria, Lega più Cinquestelle fanno 17 seggi in numero tale poter estromettere tutti gli altri dal governo. Il vero sconfitto dalle elezioni abruzzesi è solo uno dunque ed è il Partito Democratico, la cui lista raccoglie un misero 11% e solo tre deputati regionali. Bell'affare. Col Partito Democratico l’idea di sinistra è stata già distrutta in Italia, con i media che ancora si illudono di poterne legittimare i suoi fallimentari risultati, scomparirà completamente. Serve altro per riorganizzare nel Paese l’opposizione a questo governo, innanzitutto gruppi dirigenti e forze diverse, che richiamandosi ai valori genuini della nostra Costituzione ed alle lotte dei lavoratori per i diritti, portino con sé oltre che la novità, un’altra dote: l'essere credibili. Michele Tripodi Sindaco di Polistena (RC)

SALVINI’S SELF-DEFENSE REFORM IS JUST BLOWING SMOKE di Michele Paolo

data creazione 01/04/2019
The much-touted bill on self-defense embodies more a cultural manifesto rather than a substantial amendment At a first glance, the approval of the reform on self-defense by the Lower House of the Italian Parliament may appear as a great victory for the government. Having long been the pet subject of the Northern League, its passing wouldn’t have been possible without the backing of their allies, the Five Star Movement, among which 25 deputies abstained from voting. Although it has been presented as a landmark achievement against a judicial system often blamed for its securitiarianism in favor of felons, it might have little or no impact except in the papers, at best. THE REFORM ON SELF-DEFENCE Indeed, its amendments look pointless if not dangerous, as only three minor but controvertial adjustments have been made. First, it is now stated that proportionality between offense and defense “always” exists, provided that the assault happens at home or at work. Then, a new subsection of article 52 of the criminal code is brought in, by which self-defence is always legitimate if someone fends off a break-in carried out with violence or threat. Lastly, it is established that, if someone protect themselves from an assault in their own house, it would not represent excessive self-defense. But what does proportionality mean? It is a principle according to which a person who is forced to defend himself or others from a crime is not punishable, as long as defense is commensurate with an offence, even if merely potential. As a consequence, the reaction must be the only viable solution to avoid harm. On the other hand, when response is excessive as compared to likely danger or the damage, a person may still be charged with excessive self-defence. Another question may thus arise: when reaction is proportionate to offense? Not only should the circumstances be evaluated by the judge in any event, but also personal rights must always be considered. Therefore, a thief “only” stealing some jewels in a house should not be killed, as the life of a person is more important than property right. The law does not require anyone to remain powerless when there’s a threat, but it demands to have a proportional attitude. It is hard to find that balance in the eyes of a law which was very difficult to overhaul, due to the fact that Italians feel always more unsafe. However, although many people claim that proportionality is only a rule that benefits criminals, it should be pointed out its importance, since people may really take the law into their own hands without an unambiguous principle of proportionality hard to refute. Therefore, legal experts, judges and opposition parties have given rise to strong criticism. Setting aside the resulting possible proliferation of guns like in the Old West — which is not the point this article wants to make — the reform appears to be merely verbose, as it stresses an already existing jurisdiction introduced by the previous reform of 2006. The then center-right government led by Silvio Berlusconi, indeed, introduced the presumption for which the proportionality between offense and defense always exists when dealing with intrusions at home or at the workplace. It comes out that the sought-after reform on self-defense is, at best, useless. In fact, the amendments do not change the pivotal point of the system, according to which self-defense is considered such only when an assault comes about. Moreover, while Salvini declared during his electoral campaign that “the defenders in their own house should not be investigated or stand trial”, he unfortunately forgot a key principle of the Italian legal system, Article 112 of the Constitution, according to which prosecuting attorneys have the duty to initiate a criminal proceeding on facts that constitute crimes. It appears that our Interior minister should brush up on legal studies, before making untenable promises to Italians who are really worried about their safety.

COSA LEGA IL 25 APRILE, IL PRIMO MAGGIO, LE ELEZIONI EUROPEE E UNA SINISTRA POLITICAMENTE CORAGGIOSA CHE SA E VUOLE CAMBIARE IL MODELLO DI SVILUPPO..

data creazione 04/05/2019
Di Sergio Bellucci. Cosa lega il 25 aprile, il Primo Maggio, le elezioni europee e una sinistra politicamente coraggiosa che sa e vuole cambiare modello di sviluppo Pochi giorni separano il 25 Aprile, il Primo Maggio e la data delle elezioni europee che, probabilmente, ridisegneranno lo scenario politico del Vecchio Continente. Le prime due date offrono, e non solo al nostro paese, i due pilastri, le Scilla e Cariddi, i vincoli della politica del modello europeo, quello basato sul welfare state. Da un lato, infatti, abbiamo quello che è il vero e unico collante della storia dei popoli europei del ‘900 e che spesso viene occultato e nascosto o dimenticato dagli stessi vittoriosi protagonisti: la lotta e il successo sul Nazi-fascismo di decine di popoli in lotta dopo essere stati sottomessi e ridotti alla fame. Fu proprio quella vittoria a rappresentare il vero seme delle democrazie nate dalla fine di quel disastro epocale rappresentato dalla Seconda guerra mondiale. Se dal punto di vista culturale e religioso, infatti, le radici presenti nel vecchio continente sono molteplici, differenziate e a volte contraddittorie – racchiudendo anche elementi separativi nella storia dei popoli e delle nazioni – il cemento che ha unito, per decenni, nella pace i popoli europei (si, proprio i popoli, ben prima delle nazioni, perché sono le popolazioni, le persone, che vengono impiegati nei campi di guerra, nei campi di sterminio e muoiono ), è rappresentato proprio dalla lotta e dalla vittoria sul nazifascismo. Anche questo andrebbe ricordato sempre, il nazifascismo non fu solo una ideologia che basava la sua prospettiva sull’odio verso l’altro – tra l’altro basandosi su meccanismi di riconoscimento identitario che lascerebbero fuori dalla cerchia dei “puri” e garantiti i molti che oggi si professano neo-osservanti di tale ideologia – ma rappresentò un regime dispotico e disumano, un regime contro gli insegnamenti di accoglienza e amore della religione cristiana a cui molti neo-simpatizzanti della destra dicono di ispirarsi. Non è un caso che il papato di Francesco è messo nel mirino proprio perché incarna una contraddizione vivente tra il messaggio di pace e accoglienza dell’altro da sé, contenuto nel Vangelo e nelle parole del Cristo, e le pratiche pseudo-religiose di matrice tradizionalistica tipiche degli apparati istituzional-religiosi nazionali ereditate dalla storia medioevale. Il Nazismo e il Fascismo furono anche i regimi più corrotti della Storia umana. Nacquero sulla base della critica al disagio della crisi economica del capitalismo dell’epoca, il cosiddetto “disordine democratico”, poggiarono il loro potere sulla costruzione di una società senza nessun contrappeso sul piano politico, eliminando, anche fisicamente, gli avversari politici, impedendo qualunque libertà di stampa e di organizzazione sociale e politica che non fosse sotto il controllo del potere. Chi era al comando di quelle società faceva i propri comodi senza rispondere a nessuno e senza i limiti, raccontando alla gente quello che gli faceva comodo per mantenere il loro potere e arricchirsi sulle spalle della società. Sarebbe utile raccontare, alle nuove generazioni che si affacciano alla vita sociale e politica, la verità sulla natura e la corruzione di quei regimi che sono avvolti, nei racconti della propaganda neo-nazista e neo-fascista, da una falsa aura di ordine, disciplina e onore, quando invece, hanno rappresentato la pagina più meschina, disumana, ingannevole e corrotta della Storia. Una pagina che portò, inoltre, non solo alla sconfitta della loro folle ideologia, ma alla più immane tragedia umana. Per questo motivo, prima di queste elezioni europee, sarebbe stato necessario uno scarto democratico messo in campo dal parlamento uscente. È mancato, infatti, il lancio di una proposta politica in grado di ancorare chiaramente il futuro della dimensione europea alle radici della sua Storia. Proprio in virtù del fallimento nella scrittura della Costituzione europea, sarebbe stato utile mettere un punto saldo da cui far ripartire il processo politico dei popoli dell’Unione. La proposta dell’approvazione dell’unico “Articolo 1” della futura Costituzione Europea: “L’Europa Unita è una Europa Anti-nazista e Anti-fascista”. Questa è la verità storica, questo è il vero e unico collante in grado di mantenerla unita. Altro che moneta o trattati economici sui deficit, debiti e quant’altro. Questo sarebbe stato l’elemento discriminante per rimettere la Storia del nostro continente sui binari di una dialettica precisa e democratica. Un riconoscimento che non avrebbe voluto oscurare le condizioni sociali e culturali che sono alla base del rinnovato vigore di formazioni neo-naziste, ma che avrebbe consentito di ribadire le salde radici della comunità che aveva sconfitto il nazifascismo, costruito la società democratiche e ancorato il dibattito politico europeo. Il nostro 25 Aprile avrebbe germogliato donando frutti utili alla storia di tutti i popoli d’Europa. Dall’altro lato abbiamo il Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. Il lavoro, infatti, ha rappresentato l’altro asse portante della società europea. La portata di diritti connessi al lavoro che, nel nostro continente sono andati ben oltre il semplice riconoscimento di un salario giusto e dignitoso o di una tutela di diritti legati al suo svolgimento, sono approdati al riconoscimento del fatto che è attraverso la sua dignità che si diviene cittadini a tutto tondo. Ed è proprio la rottura di questa colonna ad aver messo in discussione la solidità delle nostre società, aperto alla crisi economica e spalancato nuovamente le porte alla richiesta di “ordine e disciplina” su cui i movimenti neofascisti attecchiscono e prosperano nelle periferie del mondo. Paradossalmente, però, è proprio la dimensione del lavoro, quella dei movimenti sociali nati dalla sua organizzazione collettiva, ad essere i principali assenti sulla dimensione europea. È la dimensione europea dei suoi diritti ad essere assente perché ancora ancorata alla dimensione nazionale o addirittura territoriale. Pensate l’aberrazione delle organizzazioni che vorrebbero tutelare e rappresentare l’intero mondo del lavoro quando, di fronte alla crisi del modello di welfare state (il modello di tutele generalizzato) rispondono con la contrattazione del “welfare aziendale”. Cioè, garantire tutele a chi è già, in qualche modo, tutelato da un contratto di lavoro e a cui dare ulteriori tutele che la collettività non è più in grado di garantire a tutti, differenziandole, tra l’altro, da azienda ad azienda. Altro che logica “confederale”, siamo alla dismissione del fronte politico del mondo del lavoro, all’inseguimento del “tesseramento di scambio”, l’analogo del “voto di scambio” già praticato nella sfera del politico da molti partiti anche della sinistra. È proprio questo deficit “politico” che sta determinando una dimensione della politica europea sempre più schiacciata sulla dimensione finanziaria e monetaria. È una incapacità a rappresentare gli interessi di un mondo del lavoro europeo attraverso un salto di qualità della contrattazione, delle nuove tipologie del lavoro, dei suoi interessi generali, inseguendo le logiche di “dumping sociale” nella speranza di accaparrarsi il residuo lavoro umano che il ciclo economico capitalistico sta prefigurando. Pensate a cosa sarebbero state queste elezioni europee con un confronto politico vero sulla natura storico-politica dell’Europa del secondo dopoguerra e sulla centralità nuova del mondo del lavoro per il futuro politico del Vecchio continente. È per questo che la prossima scadenza elettorale europea risulta monca, afona, incapace di indicare terreni politici sui quali avanzare proposte strategiche. Per questo molti ex elettori della sinistra, a queste elezioni ancor più che nelle precedenti, guarderanno oltre i vecchi confini partitici o resteranno a casa. Non sono sufficienti nuove grafiche elettorali e le solite liste di nomi, in assenza di una nuova teoria politica della fase e una capacità strategica di guardare alle dinamiche politiche. E questo vale sia per la “lista aperta” del PD sia per le varie articolazioni alla sua sinistra. Pensate alla lontananza tra le parole (e i fatti) delle varie forze della sinistra in Europa e il movimento dei giovani che chiedono un nuovo modello di sviluppo, che rompe con lo sviluppismo, in nome della salvezza del pianeta. Pensateci un momento e capirete che lo schema che ci ha accompagnato, tutti, nel ‘900 non è più in grado di farci fare un passo in avanti. Che i gruppi di candidati delle varie liste non rappresentano più un gruppo dirigente perché non sanno indicare una strada se non quella del “votatemi”. Ci saranno forze politiche che sapranno riprendere le radici profonde e rinvigorirle fino a far gettare nuovi getti ad una pianta europea che sembra rinsecchirsi sempre più?

IL CIELO SOPRA BELGRADO

data creazione 30/03/2019
Di Domenico Gallo. “Il messaggero del Male, coperto dal manto nero intessuto di buio e di morte, si è fermato stamattina alla mia porta, poco prima delle otto:” così la scrittrice serba Tijana Djerkovic descrive il suo risveglio, la mattina del 24 marzo 1999, con la notizia che nella notte sono iniziati i bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia (Il cielo sopra Belgrado, Besa editrice, 2018). Nel 1999 dopo oltre 50 anni di pace in un paese europeo è ritornata la guerra; ancora una volta le città sono state lacerate dal suono delle sirene; ancora una volta nella notte i cieli sono stati solcati dai traccianti della contraerea e i vetri delle finestre infranti dai boati delle esplosioni; ancora una volta le madri hanno aspettato con terrore la notte scrutando il cielo. I bombardamenti si sono susseguiti ininterrottamente per 78 giorni. Qualche anno dopo, il ministro della difesa dell’epoca ci ha informato che “All’operazione hanno partecipato oltre 900 velivoli appartenenti alle nazioni della NATO. I velivoli NATO hanno effettuato oltre 37.000 sortite, di cui 14.000 di attacco. Sono stati lanciati 23.000 fra missili e bombe” (Carlo Scognamiglio Pasini, La guerra del Kosovo, Rizzoli 2002). Nell’appendice del libro c’è anche un rapporto dettagliato del contributo del nostro Paese. L’Italia ha partecipato ai bombardamenti con l’impiego di 50 velivoli dell’aeronautica militare che hanno impiegato “115 missili Harm, 517 bombe GB MK82, 39 bombe a guida IR Opher, 79 bombe a guida laser GBU 16.” Peccato che un rapporto così dettagliato abbia omesso di indicare quanti morti sono stati provocati dalle nostre bombe umanitarie e quanti da quelle dei nostri alleati. L’elenco degli obiettivi colpiti dall’aviazione della NATO (scuole, ospedali, alberghi, stazioni termali e sciistiche, industrie meccaniche, chimiche, agricole, impianti petroliferi, acquedotti, ponti, centrali elettriche, strutture di telecomunicazione, etc.) dimostra che l’azione militare non aveva per oggetto il Kosovo, ma la Jugoslavia, non aveva per oggetto un determinato regime politico, ma un intero popolo. I risultati dell’azione militare si sono tradotti in una punizione collettiva ai danni del popolo serbo. Con la guerra nei Balcani si è realizzata una sperimentazione in vivo del nuovo concetto strategico che la NATO ha proclamato ufficialmente a Washington il 24 aprile 1999 e del pensiero strategico che, a partire dal 1990 ha orientato la politica degli Stati Uniti. Queste scelte strategiche sono state supportate con entusiasmo dal primo ministro inglese, Tony Blair, che rivendicò la legittimità dell’intervento armato invocando una superiore ragione etica, che non poteva essere giudicata dal diritto. In realtà sul piano politico la guerra non realizzò alcun obiettivo umanitario: mettendo in ginocchio la Jugoslavia, la NATO agì per staccare il Kosovo dalla Jugoslavia e consegnarlo nella mani di una banda di guerriglieri islamici (l’UCK) che, penetrati nel Kosovo dopo l’accordo di pace sancito dalla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1244 (10/06/1999), misero in atto massicce vendette contro la popolazione serba, che le forze internazionali della Kfor riuscirono con grande fatica e solo in parte ad arginare. Sono passati venti anni da quei tragici giorni e nessuno ha sentito l’esigenza di trarre un bilancio di quanto è stato fatto. Eppure, con l’ultima guerra del secolo, è stato compiuto uno strappo alla legalità internazionale che ha aperto la strada al caos. Non solo la legalità internazionale, anche i principi fondamentali della Costituzione italiana sono stati calpestati, senza che a nessuno venisse chiesto di renderne ragione. In preparazione della guerra, un comunicato di Palazzo Chigi del 12 ottobre 1998 ci informava che il Consiglio dei Ministri aveva deciso di autorizzare il rappresentante permanente dell’Italia presso il Consiglio Atlantico ad aderire al c.d. Activation order. ” Di conseguenza – recitava il comunicato – l’Italia metterà a disposizione le proprie basi qualora risulterà necessario l’intervento militare da parte dell’Alleanza atlantica per fronteggiare la crisi del Kosovo…Nell’attuale situazione costituzionale – concludeva il comunicato – il contributo delle forze armate italiane sarà limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale. Ogni eventuale ulteriore impiego delle Forze armate italiane dovrà essere autorizzato dal Parlamento.” Peccato che il 24 marzo nessuno si è ricordato di informare il Parlamento italiano che l’aeronautica militare italiana partecipava attivamente ai bombardamenti. Dopo il 1940 l’Italia è entrata un’altra volta in guerra, ma nessuno se n’è accorto!

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